Piccole dimensioni, grande densità
Ci sono libri che pur nella loro misura contenuta serbano una densità di pensiero superiore a quella di molti volumi ben più corposi. IAetica su palafitte di Palma Sgreccia[1] appartiene alla (felice) famiglia di quei libri brevi che non vogliono rincorrere la sintesi sbrigativa e proprio per questo in sole novantasei pagine raggiungono una ricchezza e una misura, indici di estremo rigore intellettuale.
Da lettore che da molti anni ama i saggi brevi, confesso di avere trovato nelle pagine di Palma qualcosa di raro e prezioso: la capacità di tenere insieme agilità e profondità, scorrevolezza e impianto teorico, finezza di pensiero e desiderio di orientare il discorso pubblico[2]. Palma non si limita a “parlare di etica dell’intelligenza artificiale”, tema ormai quasi consumato dal luogo comune ma prova a dar forma a un modo di abitare il tempo della tecnica, evitando sia l’ottimismo euforico sia il moralismo astratto.
Una metafora guida
La metafora portante delle palafitte di cui al titolo non è una trovata ornamentale dal sapore popperiano ma il motore stesso del libro[3]. In un terreno instabile, incerto, come quello delle tecnologie emergenti, questa idea indica una forma di stabilità che non significa rigidità: una resistenza-resilienza che non nega la precarietà del suolo su cui poggia ma la attraversa con intelligenza. L’etica non può essere né una fortezza dogmatica né un adattamento compiacente all’esistente ma deve poter reggere, distribuire il peso, senza fingere che il terreno al di sotto si sia stabilizzato una volta per tutte.
La coppia platonica
Preziosa è anche la scelta di far agire la coppia platonica métron/métrion (misura oggettiva, calcolabile/discernimento situato, relazionale). È qui che il discorso di Palma mostra con chiarezza come la “questione” della IA non consista (soltanto) nella sua maggiore o minore efficienza ma nel rischio che la quota misurabile del reale pretenda di esaurire il reale stesso. Il métron è necessario ma non basta, e il métrion che rinvia al giudizio umano non può essere assorbito dentro una macchina da calcolo.

L’età assiale dell’IA
In questo quadro, il concetto proposto di “età assiale dell’IA” apre una prospettiva teoretica ampia senza perdere contatto con i problemi concreti. Palma suggerisce infatti che siamo di fronte non solo a una celerità tropicale tecnologica bensì a una ridefinizione profonda del nostro rapporto con il sapere, con la decisione, con la delega, con la responsabilità. E soprattutto mette in guardia contro il rischio di una nuova narrativa, per cui il “calcolo”, proprio perché potente oltre misura, finisca con l’essere ritenuto neutro, oggettivo, indiscutibile. Palma non propone una riflessione meramente diagnostica: i quattro principi regolativi che mette in campo – beneficenza, giustizia, autonomia, esplicabilità – non sono presentati come semplici “etichette” ma divengono criteri di orientamento che si misurano con la complessità dei casi e con l’opacità dei sistemi a cui si rivolgono.
Un accompagnamento etico
L’appendice finale, dedicata a un’esperienza concreta di “accompagnamento” etico nello sviluppo di un modello linguistico avanzato, sostiene e alimenta la postura di una riflessione che non resta sul bordo delle cose ma vuole abitare i processi e interrogarli dall’interno.
In definitiva la qualità più seducente della riflessione di Palma è la sua misura: non vuole dire tutto ma proprio per questo riesce a dire molto; non gonfia il lessico, non appesantisce il gesto teorico, non confonde la serietà con la prolissità. Il suo è un piccolo grande libro che si lascia leggere con intenso piacere e che continua a “lavorare” in chi lo ha letto anche dopo l’ultima pagina.
Immagine generata tramite ChatGPT. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (2026).
[1] Sgreccia, P., IAetica su palafitte, Armando Editore, Roma, 2026.
[2] Non posso fare a meno di ricordare il formidabile libretto di Francisco Varela sulla IA, che a distanza di quaranta anni, continua a indicarmi nuovi sentieri teoretici da percorrere. Vedi: Varela, F.J., Scienza e tecnologia della cognizione. Direzioni emergenti (1987), tr. it. di S. Isola, Hopeful Monster editore, Firenze 1987.
[3] La metafora proposta da Palma mi ha richiamato (come riflesso della mia formazione politecnica) una certa idea dell’architettura modernista americana a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, e in particolare a molte opere losangelene di Craig Ellwood: non per un rimando formale (ovviamente) ma per una comune qualità del pensiero. In entrambi i casi, si dà la ricerca di una firmitas che non si ottiene appesantendo la struttura ma alleggerendola; di una tenuta che non nega l’instabilità del terreno ma la assume con disciplina, misura, eleganza. È un modo di costruire che non ha nulla di enfatico: invece di imporsi sul suolo, vi si posa; invece di ostentare forza, trova il proprio equilibrio. E forse è proprio questo uno dei tratti più felici del libretto di Palma: suggerire che, nel tempo mobile e accidentato dell’intelligenza artificiale, l’etica non possa (più) essere pensata come un blocco monolitico ma debba somigliare a una architettura sottile e resistente, capace di reggere senza irrigidirsi, di orientare senza gravare. In questo senso, la sua metafora unisce precisione e grazia, e lascia intravedere che anche il pensiero, quando è ben costruito, può abitare l’incertezza senza perdere forma.

