A Göteborg, nel 2020, un algoritmo ha assegnato centinaia di bambini a scuole a chilometri di distanza dalle loro abitazioni, separati da fiumi e strade a scorrimento veloce. In Svezia, il sistema aveva calcolato le distanze in linea d’aria, ignorando la conformità geografica della città e il suo grande fiume. Circa settecento alunni collocati in istituti sbagliati non hanno ricevuto alcun rimedio, trascorrendo l’intera scuola media lontano da casa.
La ricercatrice e legale autrice dell’articolo ha citato in giudizio il comune, contestando la legittimità dell’intero sistema decisionale. Senza accesso al codice, ha ricostruito il funzionamento dell’algoritmo analizzando centinaia di decisioni. Il comune si è difeso definendo il sistema un semplice “strumento di supporto”, senza produrre documentazione tecnica. Il tribunale ha imposto l’onere della prova alla ricorrente: senza accesso diretto al codice, il caso è stato archiviato. Una dinamica già vista con il sistema Horizon delle Poste britanniche e con il caso olandese dei sussidi per l’infanzia.
Il nodo, secondo l’autrice, non è il malfunzionamento tecnologico ma l’incapacità del diritto di interrogare i sistemi automatizzati. La proposta è di spostare l’onere della prova verso chi detiene l’accesso all’algoritmo e costruire strumenti di ricorso collettivo. Una strada che la Svezia, come gran parte d’Europa, non ha ancora imboccato.
Leggi l’articolo completo “I took an algorithm to court in Sweden. The algorithm won” su The Guardian.
Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (30/04/2026).

