Un nuovo colonialismo digitale si è affermato in Kenya. Le aziende cinesi di IA reclutano massicciamente giovani lavoratori per etichettare dati destinati all’addestramento dei loro modelli. Si tratta principalmente di studenti universitari e neolaureati che analizzano fino a 26.000 video al giorno per circa 5 dollari, lavorando fino a 12 ore consecutive. Il sistema opera attraverso una rete opaca di intermediari e gruppi WhatsApp, senza contratti formali né identificazione delle aziende committenti. Per essere retribuiti devono mantenere un’accuratezza minima dell’85%.
A differenza delle aziende statunitensi come Meta e OpenAI, che operano attraverso società di outsourcing note, ad esempio CloudFactory, le compagnie cinesi utilizzano catene di subappalto che rendono impossibile tracciare responsabilità e condizioni lavorative. Il fenomeno è alimentato dalla crisi occupazionale keniota, che ha raggiunto il 67% nel luglio del 2025. Perché proprio il Kenya? Il paese offre vantaggi competitivi come alfabetizzazione elevata, competenze tecnologiche, stabilità energetica e un fuso orario favorevole sia per il mercato asiatico che americano.
I sindacati e studiosi denunciano quello che definiscono “colonialismo digitale”: lo sfruttamento di lavoratori vulnerabili attraverso sistemi che alimentano il boom dell’IA globale. L’espansione così veloce dell’IA dipende strutturalmente da manodopera a basso costo per l’etichettatura massiva di dati, indispensabile per mantenere competitivi i costi di sviluppo. La legislazione attuale non tutela ancora questa forma di lavoro digitale frammentato e transnazionale.
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Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (09/12/2025).

