Nel 2011, nella giungla indonesiana, un macaco nigro crestato premette per caso il pulsante della fotocamera del fotografo David Slater, producendo un selfie dal sorriso beffardo destinato a cambiare la storia. Quell’immagine scatenò quasi un decennio di battaglie legali attorno a una domanda fondamentale: quando qualcosa che non è umano crea un’opera d’arte, chi ne detiene il copyright?
La disputa, inizialmente relegata al campo dei diritti animali, è oggi al cuore del dibattito sull’intelligenza artificiale. Quando l’informatico Stephen Thaler tentò di registrare un’immagine generata dal suo sistema IA — chiamato Dabus — l’Ufficio del Copyright americano rifiutò, applicando la stessa logica usata per la scimmia, ossia senza autore umano, nessun diritto. A marzo, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha confermato questa posizione: le opere generate interamente dall’IA non appartengono a nessuno — né alla macchina, né all’azienda, né all’utente.
Una sentenza che frena lo scenario più distopico, quello in cui le corporations sommergono il mondo con contenuti artificiali al posto di musica, film e libri creati dagli esseri umani, anche se rimane ancora aperta la questione su quanto coinvolgimento umano sia necessari affinché si possa parlare di copyright.
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Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (16/04/2026).

