In un mondo in cui siamo tutti iper-connessi, alcuni studiosi hanno coniato il neologismo onlife[1] per indicare la condizione umana in cui è possibile provare il sentimento della solitudine.
Lo smartphone consente ad ogni individuo ed in ogni luogo di accedere ad una molteplicità di informazioni con un clic, ovvero di rimanere costantemente “aggiornato”. Ciò può portare l’essere umano a percepire questa situazione come acquisizione di conoscenza, comunicazione ed interazione sociale. Le relazioni umane, ed in particolare la conversazione vis à vis, tuttavia sono più ricche, caotiche ed esigenti di una comunicazione effettuata con messaggi o e-mail, in cui la persona può presentarsi in maniera differente da ciò che realmente è, poichè l’utilizzo di questi strumenti di conversazione asincrona, consentono di modificare e ritoccare il ritratto che si vuole offrire di sé stessi[2].
In realtà, la pervasività dello strumento tecnologico nella vita di tutti i giorni fa sì che una grandissima quota delle relazioni sociali siano “mediate” dallo strumento stesso. Quella tecnologica, però, tende a sovrapporsi alla relazione interumana, a divenire una interposizione, che ne riscrivere l’immensa complessità secondo una sintassi lineare, che facilita, tra l’altro e spesso inavvertitamente, la trasposizione della relazione in una modalità del tutto sintetica. Ciò influisce sulla condizione di solitudine, fino a cambiare i connotati ed il senso.
Innanzitutto, occorre fare chiarezza su cosa si intende per solitudine, poiché essa ha natura ambivalente. Se è vero che la solitudine è sia “la condizione, lo stato di chi è solo, come situazione passeggera o duratura” sia “la condizione di chi vive da solo, dal punto di vista materiale, affettivo e simili”[3] è bene distinguere tra la solitudine come esperienza dolorosa, che le persone provano quando “sentono che le loro relazioni sociali sono carenti in termini di quantità o qualità e percepiscono un divario tra le relazioni reali e quelle desiderate”[4], dall’essere semplicemente soli.

Nella prima accezione, la solitudine viene percepita come un’esperienza difficile da sopportare, in quanto, come già scriveva Aristotele, l’uomo è un animale sociale. La solitudine, come condizione coscienziale, oltre che avere una dimensione oggettiva (assenza di relazioni sociali), ha anche una dimensione soggettiva che si basa sull’aspettativa che l’individuo ha su come dovrebbero essere le proprie relazioni sociali[5] e quindi sulla sua percezione del mondo.
In questa prospettiva Hanna Arendt opera una distinzione tra solitudine ed estraniazione (loneliness)[6]. La solitudine è un dialogo “fra me e me”, quindi l’uomo solitario[7] è “insieme con sé stesso” e nell’isolamento egli “rimane in contatto con il mondo come artificio umano”, e ciò nella misura in cui egli riesce a preservare “la capacità di aggiungere qualcosa di proprio al mondo comune”[8]. L’estraniazione, invece, presuppone che l’individuo si senta abbandonato da tutti, senta di non appartenere al mondo ed è “connessa allo sradicamento e alla superfluità; lo sradicamento di non avere un posto riconosciuto e garantito dagli altri; la superfluità di non sentirsi del mondo”[9] .
In queste brevi note, si cercherà di esaminare la solitudine come condizione umana di sofferenza, unita al desiderio dell’uomo di godere di una rete di relazioni sociali vive e soddisfacenti.
Sebbene sia ormai diventato un luogo comune affermare che la solitudine sia un male della nostra epoca, occorre chiedersi se le nuove tecnologie abbiano svolto un ruolo nello sviluppo di questo male. Se da un lato la tecnologia ha permesso all’uomo di controllare quasi ogni aspetto della propria vita quotidiana, sembra altrettanto vero che ciò ha comportato dall’altro lato una sensazione “vaga e diffusa di non aver più in pugno la propria vita, e in cambio di una vita prevalentemente isolata e solitaria”[10]. La solitudine digitale, quindi, si fonda sulla sensazione di isolamento emotivo e sociale che l’individuo prova pur essendo immerso in un flusso continuo di informazioni e interazioni virtuali. Ciò accade poiché, “la connessione digitale non è direttamente proporzionale a un incremento della percezione di connessione sociale”[11]: infatti se l’uomo è un animale sociale, egli per sua natura ha bisogno di una comunità.
Ma se i social media, intervengono nelle relazioni umane, fungendo da intermediari, e di fatto impedendo i contatti reali, producono solitudine?
La solitudine nella società digitale, è particolarmente dannosa per l’individuo, sia in quanto viene mascherata da una sovrabbondanza di relazioni virtuali che, il più delle volte, vanno a sostituire le relazioni reali ed “autentiche”, sia poiché in molti casi direttamente o indirettamente[12] è una delle prime cause di mortalità nelle società occidentali.

Se infatti, nonostante l’obiettivo dichiarato dei social media sia quello di mettere in contatto le persone, la loro reale funzione è la pubblicità[13] e quindi non c’è da stupirsi che le persone giudicano sé stesse e gli altri sulla base del numero degli amici che hanno sui social media o al numero di like ricevuti. Questa visione conduce, oltre che ad una sopravvalutazione del sé e della tecnologia, anche ad una costante autopromozione di sé stessi, che nella maggioranza dei casi si avvita nel narcisismo[14], che rende ciechi alle relazioni sociali e produce solitudine[15]. Secondo Spitzer, un possibile rimedio alla solitudine digitale è rappresentato dall’empatia, ossia quella capacità sociale che consente intessere relazioni autentiche, che si acquisisce attraverso la conversazione e che permette all’uomo non tanto e non solo di ampliare la propria rete sociale ma di scoprire il proprio prossimo.
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[1] Floridi ha creato questo neologismo unendo i termini online e life. Con questa “parola” vuole intendere sinteticamente che non è più l’individuo noi ad essere online, ma sono i media ad essere onlife. La società digitale in cui l’individuo vive è un contesto ibrido.
[2] S. Turkle, in La conversazione necessaria e Insieme ma soli ha dimostrato che nei social media si sviluppa una relazione complicata tra realtà e realtà virtuale (ciò che è vero e ciò che è vero lì), minando la possibilità di stabilire delle relazioni autentiche che sono essenziali per lo sviluppo dell’empatia e per la costruzione di una rete sociale che elimini la sofferenza della solitudine.
[3] https://www.treccani.it/vocabolario/solitudine/
[4] L. Chiaro e G. Castigliego, Le illusioni dei social media. Maschere e specchi della nostra umanità, Mimesis, 2024.
[5] M. Spitzer in Connessi e isolati. Un’epidemia silenziosa, ha distinto la solitudine dall’isolamento sociale, individuando nella prima una condizione soggettiva dell’essere umano e nella seconda una condizione oggettiva che può essere misurata. In altre parole, ci si può sentire soli senza essere isolati da un punto di vista sociale e si può essere isolati senza sentirsi necessariamente soli.
[6] H. Arendt, Le origini del totalitarismo, Piccola Biblioteca Einaudi Ns, 2009.
[7] Un esempio della beata solitudine la si può ritrovare in un passaggio di le Ultime lettere di Jacopo Ortis, di Foscolo, dove egli confessa di aver trovato nella solitudine “la tranquillità de’ beati i quali s’imparadisano nella contemplazione del sommo bene”.
[8] H. Arendt, op. cit.
[9] H. Arendt, op. cit.
[10] M. Spitzer, La solitudine digitale. Disadattati, isolati, capaci solo di una vita virtuale? Corbaccio, 2016.
[11] M. Spitzer, Connessi e isolati. Un’epidemia silenziosa, op.cit.
[12] A titolo di esempio, degli studi scientifici hanno dimostrato che la solitudine è correlata a numerosi disturbi fisici quali tumore, ictus, depressione, demenza. Cfr. M. Spitzer, Connessi e isolati. Un’epidemia silenziosa, Corbaccio, 2018.
[13] M. Spitzer, Connessi e isolati. Un’epidemia silenziosa, op.cit.
[14] M. Spitzer spiega nell’opera sopra menzionata che con “narcisismo si intende un aspetto caratteriale di assoluti riferimento all’io, che può crescere fino a diventare auto innamoramento”.
[15] M. Spitzer, Connessi e isolati. Un’epidemia silenziosa, op.cit.

