A prima vista, il panorama delle politiche sull’intelligenza artificiale negli Stati Uniti sembra orientato verso la deregolamentazione. Difatti, JD Vance promuove un approccio liberista, il Congresso ha considerato un divieto decennale sulla legislazione statale in materia di IA, e l’amministrazione Trump mette in guardia dal soffocare l’innovazione con troppa burocrazia.
Ma questa narrativa è fuorviante. Sebbene il governo federale adotti un approccio non interventista verso le applicazioni visibili come chatbot e generatori di immagini, interviene massicciamente sui componenti fondamentali della tecnologia. Sia Trump che Biden, difatti, sono stati estremamente attivi sul fronte dei chip per l’IA, il secondo limitandone l’accesso da parte della Cina, mentre il primo ha cercato accordi con paesi come gli Emirati Arabi Uniti. La verità, però, è che gli USA non stanno deregolamentando l’IA, ma la regolamentano dove la maggior parte delle persone non guarda. Dietro la retorica del libero mercato, Washington controlla l’infrastruttura: hardware, datacenter e persino i model weights che trasformano le richieste degli utenti in risultati.
Dunque, mentre l’UE con il suo AI Act ha regolato le applicazioni vietando usi ad alto rischio, la politica statunitense sull’IA non è laissez-faire, ma una scelta strategica su dove intervenire, toccando leggermente la superficie e cogliendo il nocciolo fondamentale dei temi di questo settore.
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Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (04/03/2025).

