Il diavolo veste Prada 2 è un film ambientato nel mondo della moda, con Miranda Priestly al timone di Runway, una delle più influenti riviste del settore. Stavolta, però, a vent’anni dall’uscita del primo iconico film, non sono moda e sfarzo i protagonisti del lungometraggio. Nel sequel, ambientato nell’oggi, il topic è diventato raccontare cosa sta diventando il mondo dell’informazione e cosa accade quando le testate giornalistiche vengono ridotte ad un pugno di click e costrette ad inseguire l’algoritmo. Nella prima scena è già tutto molto chiaro. Andy Sachs è sul palco, sta per ritirare un premio per una delle sue inchieste. Il telefono vibra. Tutta la redazione, stesso messaggio, stesso momento et voilà, sono tutti licenziati. La sequenza richiama lo smantellamento recente del Washington Post, e funziona proprio perché non sembra inventata. Negli ultimi anni, annunci del genere sono arrivati davvero così, via mail o via app, mentre i diretti interessati erano ancora in ufficio o, appunto, sul palco a ritirare un premio. E stavolta, nonostante un maglioncino ceruleo appaia sul finale, possiamo scordarci dei discorsi sui colori di tendenza.
“Un milione di ragazze darebbero un braccio per questo lavoro”
La frase è del primo film. Miranda la dice ad Andy per ricordarle che il privilegio di stare lì dovrebbe bastare a compensare qualsiasi cosa. Ma oggi è ancora così? Chi lavora nell’informazione lo sa già, ma i numeri del Reuters Institute aiutano a capire le proporzioni. Nei prossimi tre anni il traffico dai motori di ricerca verso i siti di informazione potrebbe calare del 43%. Tra novembre 2024 e novembre 2025 era già sceso del 33% a livello globale. È un cambio di abitudini che difficilmente si inverte.
Le persone non hanno smesso di informarsi in assoluto ma hanno abbandonato le testate giornalistiche. Vanno su YouTube, su TikTok, ascoltano podcast, seguono creator che raccontano le notizie guardando in camera senza il filtro di una redazione dietro. La percentuale di persone che s’informa tramite i social è passata dal 52% nel 2020 al 65% nel 2025. In Italia la situazione ha qualche complicazione in più. La fiducia nelle notizie si ferma al 36%, tra le più basse in Europa. E solo il 9% degli italiani paga per l’informazione online, contro una media del 18% nei paesi ad alto reddito. Meno lettori che arrivano, meno fiducia, la disintermediazione come unico obiettivo.
L’inchiesta e il deepfake
Nel film, che sia chiaro ci serve come spunto per affrontare una questione molto attuale, il ruolo degli strumenti generativi è citato di passaggio, ben più presente è la mano invisibile dell’algoritmo che decide cosa è di tendenza e cosa no. L’algoritmo decide quello che prima decideva proprio Miranda, e proprio come lei è rigido e influente. Fuori dalla sala, nel mondo non patinato e lussuoso, il discorso sugli strumenti generativi invece esiste e va affrontato. Il ruolo dell’Intelligenza artificiale è sempre più impattante. Sono almeno tre le questioni molto rilevanti: l’utilizzo del chatbot come motore di ricerca, l’insinuazione degli strumenti generativi anche in luoghi nei quali sarebbe il quid umano a fare la differenza e la semplicità con la quale l’informazione stessa perde rilevanza in un mondo in cui creare deep fake o fake news sta diluendo i contenuti e creando sfiducia verso i canali classici. Strumenti come ChatGPT, Gemini o Perplexity non si limitano più a indirizzare l’utente verso una fonte, sempre più spesso danno direttamente una risposta, sintetizzando contenuti prodotti da altri, senza che l’utente debba cliccare da nessuna parte. Nessuna visita al sito del giornale, nessun banner pubblicitario, nessun abbonamento. Per chi produce informazione e vive di traffico, non è un numero astratto.
E ancora, in un ecosistema dove chiunque può generare testi, immagini e video sintetici convincenti in pochi minuti, il confine tra un’informazione verificata e una costruita apposta per sembrarlo si fa sottile. I deepfake, cioè contenuti alterati o interamente prodotti dall’IA per sembrare reali, costano poco, si diffondono veloce, e spesso arrivano prima della smentita. In questo scenario il giornalismo verificato dovrebbe valere di più. E invece compete sulle stesse piattaforme, con gli stessi formati veloci, contro contenuti che non hanno nessun obbligo di essere veri. Gli editori hanno capito su cosa puntare: le storie difficili da replicare e difficili da riassumere senza perdere significato, inchieste originali, analisi, contesto. Tutto quello che una macchina fa fatica a fare. Il problema è che è anche il tipo di giornalismo più costoso da produrre.
Il lusso più raro
Il diavolo veste prada 2, a differenza del primo, rinuncia in parte al lusso e alla superficialità per avvicinarsi al mondo e alle problematiche fuori dal palazzo newyorkese perfetto. Riconosce una cosa importante: la scarsità regola le nostre giornate. L’attenzione è poca ed è una merce che tutti provano a catturare. come se non bastasse, dilaga la mancanza di tempo. In un ecosistema che spinge verso la velocità e la sintesi, il tempo necessario a verificare, contestualizzare e raccontare qualcosa con cura sembra non esistere più.
Immagine presa dal Trailer Ufficiale de “Il Diavolo veste Prada 2” su You Tube.

