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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

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Dipendenza dall’algoritmo … è colpa nostra o no? | Non AI capito Ep.15 S.4

Copertina di “AIAIAI podcast Non AI Capito”, episodio 15 stagione 4, dedicato alla dipendenza dall’algoritmo e alla responsabilità individuale. Su sfondo nero e rosso compaiono uno smartphone controllato da fili come una marionetta, icone dei social e punti interrogativi. In primo piano, tre donne sedute e sorridenti davanti ai microfoni. Testo principale: “Dipendenza dall’algoritmo… è colpa nostra?”

È online la terza puntata di Non AI Capito, il format breve di AIAIAI Podcast dedicato a sfatare i falsi miti sull’intelligenza artificiale in poco più di 10 minuti.

Dopo aver esplorato il fenomeno dell’AI Slop e il rapporto tra questi contenuti e la propaganda, questo nuovo episodio prova a rispondere a un’altra domanda: quando diventiamo dipendenti dagli algoritmi, quanto è davvero colpa nostra?

Dipendenza dall’algoritmo

L’episodio, intitolato “Dipendenza dall’algoritmo… è colpa nostra?”, parte da una credenza ormai molto diffusa che tende a colpevolizzare gli utenti per l’eccesso di tempo che passano sui social, che li porta in alcuni casi a non essere più in grado di staccarsi dal cellulare e a provare ansia quando lontani dalle piattaforme. Ma è davvero tutta colpa dell’utente?

La puntata mette in discussione questa estrema colpevolizzazione dell’individuo, senza però trasformarlo in una semplice vittima passiva degli algoritmi. Il problema, infatti, è più complesso e coinvolge tanto i comportamenti degli utenti quanto il modo in cui le piattaforme sono progettate.

Non solo vittime degli algoritmi

Alcuni studi hanno tentato di analizzare i meccanismi della dipendenza digitale, riuscendo a dimostrare come determinati prodotti siano progettati per catturare e mantenere l’attenzione degli utenti. Tuttavia, questo non significa che gli utenti sono come delle “pecore smarrite” davanti a uno schermo. Anzi, parallelamente sta crescendo una forma di consapevolezza diffusa. Un esempio potrebbe essere rappresentato dalle parole che hanno segnato il dibattito culturale degli ultimi anni: “brainrot” e “slop”. Sono diventate espressioni utilizzate comunemente per descrivere criticamente contenuti e forme di consumo digitale percepiti come vuoti, ripetitivi o di scarsa qualità.

Una forma di resistenza culturale

Da qui nasce una seconda possibilità, quella della resistenza culturale. Riconoscere che qualcosa non funziona, trovare le parole per descriverlo e sviluppare una maggiore consapevolezza può essere già una forma di resistenza. In questo senso, la puntata introduce anche una provocazione: possiamo parlare di un nuovo Rinascimento?

Il riferimento è al recupero del valore dell’opera dell’uomo e alla capacità di riconoscere ciò che distingue una produzione umana da una generata automaticamente.

Il problema, però, è anche una questione di tempo. Oggi siamo ancora in grado di riconoscere e apprezzare questa differenza. Ma cosa succederà tra, ad esempio, tre generazioni, quando gli strumenti per comprendere la “plusvalenza” dell’opera umana potrebbero non essere più gli stessi?

Di chi è davvero la responsabilità?

La domanda iniziale, quindi, non ha una risposta semplice. Ma per scoprirla andate a vedere la puntata sul nostro canale YouTube e Spotify.

La puntata è realizzata nell’ambito delle attività di MagIA.news e SIpEIA, la Società Italiana per l’Etica dell’Intelligenza Artificiale, che cofinanzia il podcast insieme al Dipartimento di Informatica e al Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino.

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