Le grandi aziende tecnologiche statunitensi hanno fatto lobbying con successo nell’Unione Europea per nascondere l’impatto ambientale dei loro datacenter. Un’indagine di Investigate Europe, condotta in collaborazione con il The Guardian, rivela che le richieste di bloccare l’accesso pubblico a un database di metriche ambientali sono state trasposte nelle norme europee quasi parola per parola.
La clausola di riservatezza, inserita dalla Commissione europea nel 2024 dopo le pressioni dell’industria, ostacola il controllo sull’inquinamento dei singoli datacenter, lasciando ricercatori e cittadini con soli riepiloghi nazionali aggregati. Nel frattempo, il boom dei chatbot ha alimentato una corsa alla costruzione di infrastrutture digitali enormi, con consumi energetici soddisfatti in parte bruciando gas fossile. A tal proposito, i giuristi avvertono che la clausola potrebbe violare le norme UE sulla trasparenza e la Convenzione di Aarhus: «In vent’anni non ricordo un caso paragonabile», dichiara il professor Jendrośka, esperto di diritto ambientale.
Nonostante ciò, però, i documenti mostrano che la norma è già operativa: tutte le richieste di accesso agli atti da parte di media e cittadini sono state finora respinte. A fare pressione sono stati Microsoft, DigitalEurope — che raggruppa anche Google, Amazon e Meta — e Video Games Europe. Secondo InfluenceMap, il settore tech ha smesso di sostenere pubblicamente le energie pulite, dando priorità alla rapida espansione infrastrutturale globale.
Leggi l’articolo completo US tech firms successfully lobbied EU to keep datacentre emissions secret su The Guardian.
Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (22/05/2025).

