All’inizio del 2026 la Thailandia sembrava lanciata: approvati progetti di TikTok, Skyline e Bridge Data Centres per 27 miliardi di dollari. Oggi quello slancio si è fermato. A settembre Bangkok ha sospeso i lavori di 49 progetti e le decisioni su altri 117, chiedendo regole e controlli più chiari. In Indonesia il governatore di Giava Occidentale ha bloccato un cantiere privo di permessi e di una valutazione ambientale completa.
Eppure la regione, spinta dalla domanda di intelligenza artificiale, ospita circa metà della nuova capacità in costruzione in Asia-Pacifico. Dopo la moratoria di Singapore (2019-2022), le aziende si sono spostate in Malesia: a Johor la capacità operativa è passata da 94 a 1.110 MW in tre anni, con 40 miliardi di investimenti, tra cui quelli di Microsoft e AirTrunk. Il prezzo, però, è alto. Secondo Wood Mackenzie, a Johor i datacenter assorbono già il 24% dell’elettricità dello stato, quota destinata a salire al 40% entro il 2035. Pesa anche l’acqua: in un territorio soggetto a siccità, il raffreddamento mette sotto pressione le riserve, e in Thailandia i residenti temono per bacini già impoveriti.
Come ricorda l’accademico Jie-Sheng Tan-Soo, i datacenter creano pochi posti di lavoro stabili rispetto alle risorse che consumano. Gli operatori promettono impianti di riciclo idrico e maggiore efficienza, ma i dati restano scarsi. Intanto i governi correggono la rotta: Singapore lega le approvazioni all’efficienza, la Malesia ha istituito una task force, Johor ha vietato i datacenter più idrovori e la Thailandia prepara tariffe più alte.
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Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (22/05/2025).

