Un algoritmo di riconoscimento facciale ha rovinato la vita di un uomo innocente. Robert Dillon, 52 anni, residente a Fort Myers, in Florida, è stato arrestato con l’accusa di aver tentato di adescare una bambina — un crimine che non ha mai commesso e che sarebbe stato fisicamente impossibile compiere: il fatto era avvenuto a Jacksonville Beach, a oltre 300 miglia da casa sua.
A incastrarlo, almeno sulla carta, un software chiamato Faces, che aveva attribuito al suo volto una somiglianza del 93% con quello del sospettato ripreso da una telecamera di sorveglianza di un McDonald’s. Peccato che l’immagine fosse un fotogramma sfocato, fotografato con un cellulare. Nonostante ciò, le accuse sono andate avanti per mesi, prima che il caso venisse archiviato. Oggi Dillon, assistito dall’ACLU, ha citato in giudizio le forze dell’ordine coinvolte, denunciando come prove a suo favore — tra cui dati sui lettori di targhe e la distanza geografica — siano state deliberatamente ignorate dagli investigatori.
Il suo non è un caso isolato: sarebbero almeno 15, negli Stati Uniti, gli arresti erronei legati a false identificazioni biometriche. Un fenomeno che cresce insieme alla tecnologia, mentre i controlli restano drammaticamente indietro.
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Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (20/07/2025).

