Le redazioni del futuro rischiano di trasformarsi in fabbriche automatizzate dove i giornalisti non servono più. Sistemi centralizzati gestiranno stesura, editing e pubblicazione, mentre pochi colossi come Facebook e Google terranno in ostaggio gli editori rimasti. Il lavoro giornalistico perderà valore fino a diventare una professione per ricchi che possono permettersi di lavorare gratis. Questa prospettiva inquietante non è fantascienza ma il risultato di una crisi che affonda le radici nel modello ottocentesco del giornalismo industriale, aggravata dalla convinzione che su internet tutto debba essere gratuito. Dietro questa illusione c’è una realtà scomoda: qualcuno produce quei contenuti, ma il suo lavoro è reso invisibile.
La forza lavoro giornalistica esiste ancora, ma viene sfruttata in modo sistematico. Uno studio recente ha calcolato che le piattaforme digitali sottraggono ai giornalisti italiani tra 375 e 976 euro annui solo per l’uso dei loro contenuti su Facebook.Il problema non riguarda solo i giornalisti: dai micro-lavoratori della moderazione online ai rider, tutti subiscono lo stesso meccanismo di estrazione di valore. L’IA viene presentata come magia tecnologica, ma resta il prodotto dell’intelligenza collettiva colonizzata dal capitale.
Esistono, però, segnali di resistenza. Le inchieste collaborative come i Panama Papers dimostrano che il giornalismo investigativo ha ancora un ruolo cruciale. Attori e sceneggiatori americani hanno lottato per controllare l’uso delle loro immagini e voci. Rider e lavoratori digitali si sindacalizzano per ottenere contratti dignitosi. Il quotidiano Il Manifesto ha creato MeMa, un’IA altenativa a ChatGPT che trasforma l’archivio storico in conoscenza accessibile a tutti. La strada passa attraverso alleanze, nuove forme di cooperazione e la richiesta di regole che riconoscano il valore reale del lavoro nascosto dietro ogni clic.
Leggi l’articolo completo “L’era della produzione digitale e la minaccia alle redazioni “ su Il Manifesto.
Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (17/12/2025).

