Richiedere i propri dati a ChatGPT si è rivelato un’impresa ben più complessa del previsto. L’esperimento, nato dalla segnalazione di un lettore che aveva riscontrato difficoltà analoghe, ha messo alla prova l’efficacia del GDPR nel garantire trasparenza sulle informazioni raccolte dall’intelligenza artificiale.
Difatti, ogni giorno milioni di persone condividono con ChatGPT dati personali, spesso sensibili: conversazioni di lavoro, confidenze private, richieste di supporto. La risposta di OpenAI all’esperimento è arrivata in due giorni, ma si è rivelata un messaggio automatico in inglese con due link generici, nonostante la richiesta fosse in italiano. Oltre a questo, le pagine di istruzioni non erano tradotte e il portale privacy risultava disponibile solo in inglese, sollevando dubbi sulla trasparenza richiesta dal regolamento.
Per concludere, nonostante scaricare i dati sia stato relativamente semplice, l’archivio ricevuto è, invece, un vero e proprio labirinto: 248 file dispersi in 64 sottocartelle, con percorsi talmente lunghi da impedire l’estrazione su Windows. Inoltre, quest’ultimi sono stati spediti senza alcuna spiegazione, rendendo incomprensibile all’utente capire come vengono trattati realmente i propri dati.
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Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (03/05/2025).

