L’intelligenza artificiale riporta al centro del dibattito costituzionale l’articolo 3 della Costituzione italiana, che sancisce la pari dignità sociale di tutti i cittadini e l’uguaglianza davanti alla legge. L’articolo impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano libertà ed eguaglianza. Sulle pagine di Wired, Oreste Pollicino, Professore Ordinario di Diritto Costituzionale e Diritto dei Media presso l’Università Bocconi di Milano, evidenzia le due dimensioni – eguaglianza formale e eguaglianza sostanziale – che i sistemi IA mettono simultaneamente sotto pressione.
Gli algoritmi non operano infatti secondo categorie giuridiche astratte, ma per correlazioni statistiche e modelli predittivi costruiti su dati storici. Il risultato è che soggetti formalmente uguali possono ricevere trattamenti differenziati in base all’appartenenza a gruppi statistici sulla base di classificazioni implicite (e spesso imperscrutabili, aggiungeremmo) che agiscono dietro l’apparente neutralità del calcolo. Gli stessi sistemi, nota Pollicino, possono tuttavia anche diventare strumenti per individuare e contrastare disuguaglianze sistemiche, se correttamente progettati e governati. La vera posta in gioco è quindi politica e istituzionale, e riguarda direttamente l’architettura dei sistemi e le scelte che ne guidano sviluppo e utilizzo.
È su questo terreno che Pollicino introduce la nozione di costituzionalismo tecnologico; così come nel Novecento il diritto ha progressivamente limitato e disciplinato il potere politico, oggi i principi di equità, trasparenza e non discriminazione devono essere integrati a monte, nella progettazione stessa dei sistemi algoritmici (direzione, questa, già tracciata dall’AI Act europeo). L’art. 3, riletto alla luce della trasformazione tecnologica, resta in questo contesto una bussola irrinunciabile.
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Immagine generata tramite DALL-E. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (15/01/2025).

