I chatbot possono essere ingannati con un semplice post su un blog. Lo ha dimostrato un’inchiesta della BBC: pubblicando un articolo su un sito personale, il giornalista Tom Germain ha convinto ChatGPT e Google a presentarlo al pubblico come campione mondiale di gare di hot dog. L’esperimento è riuscito in venti minuti. Il problema, però, è tutt’altro che una barzelletta.
Quando questi strumenti cercano risposte sul web, tendono ad attingere a fonti singole senza verificarle. Questo li rende vulnerabili a chiunque voglia manipolarne gli output. Secondo gli esperti SEO Lily Ray e Harpreet Chatha, il fenomeno avviene già su scala sistematica: informazioni false circolano su integratori alimentari, consulenze finanziarie, consigli medici e legali. Le conseguenze possono essere concrete e pericolose. A complicare le cose c’è il passaggio a un modello di ricerca basato sulla risposta unica: l’IA non offre dieci link tra cui scegliere, ma una sola risposta, che l’utente tende ad accettare senza verificare.
Dunque, nonostante Google abbia aggiornato le proprie policy anti-spam per vietare esplicitamente la manipolazione delle risposte AI, sostiene che si tratti di una semplice precisazione, non di una svolta. Nel frattempo, però, ci sono segnali che i sistemi stiano evolvendo: fonti sospette vengono silenziose rimosse, le risposte incerte vengono segnalate, ma fino a quando i meccanismi di controllo non saranno più solidi, il consiglio degli esperti è quello di non fidarsi ciecamente di nessuna risposta generata dall’IA.
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Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (21/03/2025).

