C’è un crescente dibattito sull’impatto dell’intelligenza artificiale nel mondo del lavoro, che richiede un cambio di prospettiva. Invece di focalizzarsi solo sulla perdita di posti di lavoro, è fondamentale considerare la precarizzazione, lo sfruttamento e le disuguaglianze già esistenti.
Le previsioni sull’automazione, che indicano una possibile sostituzione del 47% degli impieghi entro il 2030, sono contrastate da studi che suggeriscono una realtà meno catastrofica. L’analisi deve spostarsi dall’ansia tecnologica alle dinamiche tra lavoro e capitale. La sostituzione non è inevitabile, ma è una scelta politica ed economica. Inoltre, l’idea che l’intelligenza artificiale possa generare nuovi posti di lavoro per specialisti è illusoria; la domanda per tali figure è limitata rispetto all’occupazione totale. Un aspetto cruciale è il lavoro invisibile dietro il deep learning. Questo richiede enormi quantità di dati e chi fornisce queste informazioni spesso opera in condizioni precarie.
In paesi come il Kenya, i lavoratori che alimentano questi sistemi sono in una situazione contrattuale incerta, privi di tutele legali. Inoltre, si osserva una questione di genere: molte aziende assumono giovani donne a basso costo, perpetuando disuguaglianze salariali e di opportunità. Questi lavoratori, pur avendo un elevato capitale umano, sono esclusi dal mercato formale e costretti a forme di impiego precario. Infine, le piattaforme digitali stanno trasformando il mercato del lavoro, riducendo ulteriormente le tutele e aumentando l’invisibilità dei lavoratori. La polarizzazione tra Nord e Sud del mondo evidenzia come i produttori siano spesso situati in paesi a medio e basso reddito, mentre i consumatori nel Nord sono distanti dalla realtà produttiva.
La mancanza di trasparenza da parte delle aziende, la poca regolamentazione e l’invisibilizzazione contribuiscono alla creazione di una nuova classe proletaria.
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Immagine generata con DALL-E 3.

