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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

Il ruolo della società nella dipendenza affettiva da chatbot

Non c'è tempo

Sempre più spesso si sente parlare di episodi in cui delle persone tessono relazioni profonde con dei chatbot, arrivando addirittura a sviluppare forme di dipendenze affettive con questi e, in alcuni casi, finendo col togliersi la vita. Alcune di queste storie riguardano persone che, contrariamente a quanto si possa inizialmente pensare, sono totalmente inserite nella società. È il caso di Pierre, un ragazzo belga di 30 anni sposato e con due figli, che si è suicidato dopo numerose conversazioni con un chatbot di Chai Research, o di Daniele Amadio, un 58enne che voleva scrivere un libro sull’IA ma ha finito col perdere (temporaneamente) i contatti con il mondo reale, allontanandosi da amici e famiglia a causa di una profonda connessione con la sua “Aida”, il chatbot che stava sperimentando. Poi c’è la triste storia di Sewell Setzer, un giovane ragazzo statunitense di 14 anni che, anche lui, si è tolto la vita dopo aver sviluppato un legame emotivo percepito da lui come profondo con un chatbot dell’app Character.AI. Eppure, questo ragazzo viveva con la sua famiglia e andava anche a scuola.

Com’è possibile che tutte queste persone abbiano sviluppato un legame così profondo da isolarsi al punto, in casi estremi, da levarsi la vita?

Non c’è più tempo

Byung-Chul Han, nel suo libro “La scomparsa dei riti”, parla di comunità della risonanza, ovvero una comunità la cui armonia viene generata attraverso un ritmo comune ai componenti, ritmo che può essere scandito, ad esempio, dai riti. Tuttavia, nella società di oggi, dove a dettare i ritmi è il lavoro e per cui l’essere iperproduttivi è una priorità, sembrerebbe che non ci sia più spazio per questi momenti di raccoglimento, così come ce ne sono sempre meno per le relazioni interpersonali e sociali. Proprio per questo motivo, Han contrappone il concetto di community a quello di comunità, sostenendo che le community, che nascono e si creano sempre più spesso online, sono proprio il sintomo di un’esigenza profondamente radicata nell’essere umano, che è quella di creare comunità, che sta venendo sempre di più a mancare nel mondo reale.

Il “dilemma dei porcospini”, famosa metafora di Arthur Schopenhauer, illustra perfettamente  quanto la “prossimità” ad altri esseri umani sia vitale, ma evidenzia anche le difficoltà relazionali degli esseri umani che si manifestano all’interno di uno spazio pubblico. I porcospini tendono ad avvicinarsi l’un l’altro per ricercare calore. Tuttavia, per via delle spine, si ritrovano a doversi allontanare ogni qualvolta che tentano un avvicinamento, provando a trovare la “moderata  distanza reciproca” che permetterà loro di sopravvivere. Allo stesso modo, gli esseri umani necessitano di ricercare la giusta distanza, in tal modo da trovare il giusto equilibrio in mezzo alla diversità. Tuttavia, con il fatto che c’è sempre meno spazio per le relazioni sociali, le persone sono anche sempre meno abituate a creare questa giusta distanza, preferendo, di conseguenza, accumulare calore interno da soli e scegliendo di rinunciare alla società, così da evitare sensazioni spiacevoli. Inoltre, serve tempo per conoscere il carattere e la storia di una persona, così come  per coltivare affetto e fiducia reciproca. In una società che, come descrive Han, spinge sempre   più verso l’individualismo e lascia sempre meno spazio a momenti di collettività, non è sorprendente il fatto che determinate persone sviluppino dipendenze affettive da chatbot, esattamente come altre persone ricercano contatti in delle  community.

Inoltre, i chatbot possono essere programmati a seconda dei gusti, personalità, interessi e preferenze dell’utente che ci interagirà. Secondo David Levy, qualsiasi cosa che è importante in una relazione d’amore “tradizionale”, è possibile ottenerlo anche in una relazione con un robot o un chatbot in quanto, per lui, non è necessario essere realmente amati ma è sufficiente averne l’impressione.

Realtà biotecnologica e casa-smartphone

Un’altro aspetto significativo è rappresentato dal fatto che le società stanno ormai diventando sempre di più ciò che può essere definito un “mondo OMO”, da online-merge-offline, dove il virtuale viene sempre più integrato nel reale.

Con l’espansione della tecnologia e delle piattaforme social per le interazioni nei diversi ambiti della nostra vita, dal COVID-19 sempre più spesso anche nella sfera professionale, i dispositivi tecnologici quali cellulari o computer passano dall’essere “cosa” a “casa”. Diventano lo strumento, la porta attraverso la quale si accede al mondo online che, sempre più spesso, è lo spazio in cui creare comunità.

Inoltre, si diffondono sempre di più le ibridazioni tra spazi fisici e digitali, basta pensare alla città  di Songdo, che dista a poche decine di chilometri da Seoul. Questa città è il progetto per    soluzioni innovative ed ecologiche di sviluppo urbanistico, dove l’obiettivo cittadino è quello di tracciare, mappare, monitorare e controllare ogni aspetto della vita urbana, tramite un ecosistema di sensori diffuso per le strade e le case della città. In posti del genere, le persone vivono in stretto collegamento e contatto con la  tecnologia.

Seoul è un altro esempio di città in cui qualsiasi aspetto sembra essere condizionata dall’ibridazione con la tecnologia, dal contesto sanitario a quello sportivo, architettonico, commerciale, eccetera. Si inizia così a parlare di spazi digitalmente integrati, in cui le persone sono sempre meno osservatori esterni e sempre di più parte di un’unica realtà biotecnologica, in cui vengono ampliati gli stimoli visivi (o tattili) in forme diverse di telepresenza, che generano peculiarità tra le immagini prodotte e quelle ricevute. Ciò significa che è possibile che si verifichi una peculiarità analoga anche nelle emozioni sperimentate nel corso di interazioni con chatbot, in quanto parte di una realtà biotecnologica, rendendo le emozioni provate dall’utente altrettanto intense e valide rispetto a quelle che si possono provare con persone reali.

“Han parla di società la cui comunicazione è senza comunità per via della progressiva digitalizzazione. Si è passati dalla comunità in cui c’erano dei riti, dalla società rurale, a una società sempre più automatizzata, in cui il soggetto ha meno interazioni profonde, autentiche, e manca sopratutto la connessione emotiva tra le persone”, spiega Rita Brescia, psicologa e psicoterapeuta. “In questo tipo di società, la comunicazione si fa sempre meno umana, in quanto tende ad omologarsi all’ambiente in cui gli attori di tale comunicazione si muovono e interagiscono. Di conseguenza, i singoli, se da una parte con l’aumento della digitalizzazione hanno la sensazione di avere maggiori opportunità di scegliere, pensiamo a tutte le chat in cui si fanno incontri come Tinder, LinkedIn eccetera; dall’altra parte le possibilità di interazioni  autentiche e reali sono sempre più parcellizzate” afferma Brescia. Inoltre, la società diventa sempre più digitale e i giovani sono abituati a “chattare” fin da molto presto, questa modalità d’interazione rende più facile illudersi: “se io nasco in un contesto dove non colgo le differenze” spiega la psicologa Brescia riferendosi a una società in cui, appunto, fin dalla più giovane età, si è in contatto con chatbot oltre che con chat condivise con utenti umani, “non sono in grado di cogliere le differenze e c’è un certo grado di coerenza interna in quello che vivo” conclude  Brescia, spiegando l’intensità delle emozioni che si possono provare in delle relazioni con dei chatbot, paragonabili, in questo caso, a quelle provate con degli esseri  umani.

In delle società sempre più digitali in cui la realtà si fa biotecnologica, la “casa-smartphone”  diventa una comfort zone, dove a fungere da protezione c’è lo schermo (funzione confermata anche dall’etimologia della parola stessa), che allontana come delle spine eventuali rischi di sofferenza. O almeno, così sembra. “Il fenomeno della dipendenza da bot va inquadrato in una società in cui si ha molto paura del dolore. Pur di aggirare questa dimensione, si procede per strade come quella che può sembrare più semplificata del bot affettivo” spiega Brescia, “in realtà, questo fenomeno è sempre esistito. Senza andare troppo in là, basta pensare ai Catfish” prosegue, “oltre al ruolo della vittima, è interessante pensare a chi sta dietro al Catfish. Spesso si pensa a persone che vogliono approfittare di altre per questioni economiche, ma in realtà non è sempre così. C’è la paura di non essere accettati, l’insoddisfazione rispetto alla propria  vita.

Questo tipo di interazione è in grado di permettere a queste persone una maggiore disinibizione”. Molte delle dinamiche che hanno portato tantissime persone a nascondersi dietro a una falsa identità, infatti, sono le stesse di quelle che portano certe persone a sviluppare una forma di dipendenza affettiva verso un chatbot. Brescia prosegue facendo un ulteriore esempio:  “pensiamo anche semplicemente a chi non ha la possibilità di avere delle relazioni per via, ad esempio, di disabilità. Tante persone si nascondono dietro a delle maschere sociali, ma allo stesso modo si possono oggi nascondere dietro un’illusione di una relazione con un chatbot”.

L’illusione di essere amati

Secondo Byung-Chul Han, oltre all’assenza di tempo per i riti e il ritrovo delle persone, c’è ovviamente ancora meno tempo per la seduzione, in quanto appartenente alla sfera dei riti appunto, e questi vengono a mancare sempre di più nei ritmi della società odierna.  Tuttavia, anch’essa può essere ritrovata nell’ausilio dei chatbot in maniera molto potente, perché può essere profilata ad hoc per l’utente, esattamente come lo sono le  pubblicità.

Tutto questo spaventa molte persone e studiosi che temono che l’evoluzione umana possa essere compromessa o subire dei rallentamenti per via di questi ritmi sfrenati che sembrano spingere le persone a preferire realizioni digitali. Ma ci sono anche studiosi come Frank Nyholm che pensano che sia impossibile preferire relazionarsi a lungo termine con dei chatbot. Infatti,  contraddice

Levy sostenendo che l’illusione di essere amati che può offrire un chatbot basta fino a un certo punto, in quanto all’essere umano serve la certezza di essere amati, cosa che non potrà mai ricevere da un chatbot indipendentemente da quanto bene sia  programmato.

Viene da pensare che l’illusione funzioni fino a un certo punto se si parla di relazione amorosa, perché arriva un momento in cui interviene la percezione fisica, quella resa possibile dai neuroni specchio. Ma siccome i neuroni specchio interagiscono in un corpo biologico, che è il filtro che permette a ogni essere umano di diventare ciò che è tramite le percezioni fisiche ed emotive (descrivibili anch’esse con sensazioni fisiche), vissute e sperimentate attraverso il proprio corpo, cosa succederebbe se si iniziasse a conoscere e sperimentare la vita tramite un corpo virtuale? D’altra parte, nel corso della storia, si è già verificato il fenomeno per cui l’ambiente in cui si vive  ha impattato nel modo di essere anche biologicamente delle persone che lo abitano, per esempio per quanto riguarda i sensi. L’essere umano ha perso alcuni dei suoi sensi e capacità per svilupparne altre, basti pensare banalmente alla memoria di persone che sono cresciute prima dell’avvento del cellulare, chiaramente più allenata e performante della memoria di persone nate e cresciute nell’epoca odierna. “L’ambiente e i dispositivi tecnologici che sempre più fanno parte    del contesto in cui viviamo, vanno effettivamente ad alterare alcuni dei nostri sensi” spiega Rita Brescia, proseguendo: “se fin dalla nostra nascita fossimo abituati ad interagire e ad imparare tramite un avatar e quindi nel mondo virtuale, questo potrebbe effettivamente andare ad abbattere questa barriera dell’illusione, quindi potremmo ipoteticamente davvero tessere delle relazioni in maniera indistinta tra intelligenza artificiale ed esseri umani, anche per le motivazioni spiegate precedentemente”.

Il valore dell’empatia

In uno scenario del genere, quale potrebbe essere la perdita più significativa – l’elemento che più lo caratterizza – dell’essere umano? “Perderemmo la dimensione dell’ascolto individuale di sé” afferma Brescia, “perderemmo di vista i valori profondi che ci rendono umani, dell’empatia”, conclude.

Ma allora sorge un’altra domanda: se l’empatia è la definizione del meccanismo dei neuroni specchio, ipotizzando che vengano riprodotti dei neuroni specchio digitalmente, sarebbe ancora empatia, ma digitale? “Rimanendo soltanto nella dimensione dei neuroni specchio, si” spiega Brescia, “ma c’è un discorso legato alla percezione dell’autenticità delle emozioni, dove percezione è la parola chiave. Un bot o un robot dotato di IA può simulare tale percezione, ma in tal caso la parola chiave sarà simulazione, ed è diverso”.

Un utilizzo consapevole

Tuttavia, i chatbot non sono solo oggetto di rischio, infatti, possono essere utilizzati in qualità di strumento per delle terapie, ad esempio. “Ogni tanto uso la tecnica della sedia vuota  appartenente alla terapia della Gestalt, utile per quando un paziente ha problemi emotivi magari radicati da qualcuno o qualcosa nella sua vita” spiega Brescia, “mi è capitato di mettere sulla poltrona un pupazzo, oppure, di fronte a pazienti che mi dicevano di provare disagio a parlare con la sedia vuota, di dover prendere io il posto. Magari l’ausilio di un chatbot in un contesto del genere, perché no, potrebbe tornare utile”. Tuttavia, Rita Brescia sottolinea un aspetto significativo che è quello economico, non solo per i pazienti, ma anche per i terapeuti nel dover fornirsi tali tecnologie e mantenerle aggiornate per ogni paziente.

La pericolosità dei chatbot dotati di IA dipende anche dalla definizione che viene fatta dell’IA stessa, in quanto il significato che le viene attribuito va ad incidere sul ruolo che occuperà nelle vite delle persone. Definire l’IA uno strumento può portare a perdere di vista la componente dell’agentività. Infatti, l’IA andrebbe più correttamente definita “agente” in quanto, ad oggi, è capace di produrre arte (come il robot Ai-Da, che ha dipinto un trittico recentemente venduto all’asta a più di un milione di dollari), di fare scoperte scientifiche e, si stima che nei prossimi decenni, sarà addirittura in grado di creare nuove forme di vita tramite la scrittura di codici genetici. Insomma, l’IA non è un mero strumento, e definendolo “agente”, tramite una maggior conoscenza e comprensione di ciò che è effettivamente l’IA, si dà la possibilità di circoscrivere adeguatamente i suoi campi d’azione, così da sfruttarne al meglio le sue indiscusse potenzialità senza, però, compromettere la qualità della vita umana.

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