In Italia, l’Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza hanno contestato a Meta, LinkedIn e X una presunta evasione Iva per un totale di 1,14 miliardi di euro. Secondo le autorità italiane, le tre big tech statunitensi non avrebbero versato l’Iva dovuta sull’utilizzo dei dati personali degli utenti, considerato alla pari di un pagamento, anche se non in denaro, per i servizi offerti gratuitamente dalle piattaforme.
Le aziende coinvolte hanno deciso di non accettare le richieste del fisco italiano e di rivolgersi a un tribunale per dimostrare che non devono pagare l’Iva contestata. Si apre così una battaglia legale che mette in discussione l’idea stessa che i dati personali degli utenti possano essere considerati una forma di pagamento.
L’Italia, dal canto suo, si prepara a chiedere un parere ufficiale alla Commissione europea e, in particolare al Comitato Iva di Bruxelles, per avere conferma che la propria interpretazione fiscale sia corretta. Nel 2018, questo stesso Comitato aveva già detto che, in generale, i dati personali forniti dagli utenti non possono essere considerati come un vero “pagamento” per i servizi offerti dalle piattaforme, perché manca un legame chiaro tra ciò che l’utente dà e ciò che riceve. Tuttavia, aveva anche aggiunto che, qualora questo collegamento diretto venisse dimostrato, allora si potrebbe applicare l’Iva.
Meta, che è la principale azienda coinvolta e a cui è attribuita la parte più grossa della somma contestata, ha fatto sapere al Sole 24 Ore di non condividere le conclusioni dell’indagine italiana. L’azienda sostiene di rispettare le regole fiscali in tutti i Paesi in cui opera e di non ritenere giusto applicare l’Iva all’uso gratuito delle piattaforme da parte degli utenti.
Leggi l’articolo completo: Big tech Usa contro l’Italia: no all’Iva sui social network su ilsole24ore.com.
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