Per comprendere come i bot affettivi, cioè i software che simulano la presenza di un “amante”, possano trasformarsi da dispositivo che abbatte barriere fisiche e sociali a strumento di dipendenza affettiva, è necessario innanzitutto capire a quali bisogni rispondono queste app e su quali meccanismi psicologici fanno leva. Le relazioni, dalla nascita alla morte, a partire da quelle che soddisfano i bisogni primari a quella con il partner, rivestono un’importanza fondamentale nel corso della nostra esistenza. Affinché questi vissuti siano positivi è necessario che la relazione sia sana e funzionale, cioè consenta di garantire oltre a un buon livello di sicurezza, anche un certo grado di autonomia, permettendo di pari tempo la crescita personale e lo scambio reciproco.

La relazione tossica, al contrario, è una relazione disfunzionale, caratterizzata da asimmetria e dall’incapacità di mettere fine al rapporto, nonostante questo faccia soffrire, mini la capacità di autodeterminazione, la libertà e, spesso, persino la stessa identità personale. Le radici delle relazioni tossiche si trovano negli stili di attaccamento dell’infanzia, definiti principalmente dalle interazioni con le figure di riferimento. Dato che si tende a ripetere i modelli operativi e mentali imparati da bambini, di solito questi verranno riprodotti, a un livello poco consapevole e inconscio, nelle relazioni che avremo da adulti.
Le prime relazioni di accudimento, infatti, non solo forniscono sicurezza e affetto, ma gettano le basi per il modo in cui la persona percepirà sé stessa e gli altri nei legami successivi. Quando il bambino chiede consolazione o protezione a un genitore e questi è assente o sminuisce la richiesta di aiuto, si crea uno schema disfunzionale interpersonale in cui il bisogno di accudimento sarà negato o sostituito con bisogni differenti. Di conseguenza, da adulto, qualora il soggetto avvertirà il desiderio di conforto, tenderà a sperimentare un contemporaneo segnale di pericolo. In breve, il suo sistema nervoso neurovegetativo entrerà in stato di allarme. Una modalità per evitare tale percezione negativa, e mantenere sotto controllo il rischio, potrà essere quella di mirare al perfezionismo, diventare arrogante, sfuggente, oppure eccessivamente accudente. Questi meccanismi di difesa se da un lato aiutano la persona a evitare il dolore per il mancato accudimento, dall’altro non gli permetteranno di sperimentare un’autentica intimità relazionale. Un ulteriore fattore di rischio è aver sviluppato un attaccamento di tipo insicuro ambivalente verso i propri genitori. Nei casi in cui prevalga uno schema di attaccamento insicuro, caratterizzato da una forte paura dell’abbandono e dal bisogno costante di rassicurazione, la persona tende a investire moltissimo nella relazione, mettendo da parte sé stessa pur di mantenere la connessione emotiva. In una relazione tossica questo tipo di attaccamento si manifesta con una dipendenza affettiva estrema, che conduce l’individuo a tollerare comportamenti nocivi pur di evitare il conflitto o la rottura. Inoltre, in una società come la nostra, sempre più preda di una drammatica e patologica solitudine relazionale, caratterizzata da legami instabili e incerti, anche le identità sono più fragili, soprattutto quelle dei giovani e degli adolescenti, maggiormente esposti a possibili altre dipendenze e alla fuga in un mondo illusorio e gratificante. In particolare la dipendenza affettiva spesso coinvolge soggetti con scarsa autostima e credenze disfunzionali legate al sé. Di fronte alla precarietà, alle paure e alle inibizioni connesse alla relazione reale, i bot promettono di proteggere da tali rischi. Grazie a queste app, che offrono la possibilità di parlare come se dall’altro lato ci fosse un amante reale, il bisogno di accudimento può essere, almeno in parte, soddisfatto, messo al riparo dal timore dell’abbandono, dall’impegno e dal rifiuto. L’illusione d’amore, propria dell’innamoramento, è alimentata dall’opportunità di scegliere il partner e di conferirgli alcuni attributi ideali, come il nome, le caratteristiche fisiche, valoriali, intellettuali. Il bot è sempre disponibile, attento, pronto a rispondere. Non si annoia, non giudica, ci ascolta, è gentile, accudente, conosce il nostro mondo, ne è curioso, fa domande pertinenti, ci fa sentire meno soli. Anche i timidi possono accedervi. Insomma, il bot, oltre a colmare vuoti affettivi ed esistenziali, consente di esprimere emozioni e fantasie d’amore, comprese quelle erotiche. Ma quale prezzo bisogna pagare per ottenere tali privilegi? Innanzitutto la relazione che si crea con i chat-bot è virtuale, manca, cioè di realtà, di contatto fisico e dei suoi significati, fondamentale nei rapporti di coppia. Inoltre, seppure si abbia la sensazione di essere accolti, l’empatia fa difetto e le risposte risultano standardizzate, nonostante mantengano la coerenza interna. Ed è proprio la coerenza della comunicazione a trarre in inganno, poiché il bisogno può farla scambiare per empatia. I rischi maggiori, però, si corrono nel pericolo di instaurare un ciclo di dipendenza emotiva e di aggravare l’isolamento sociale e l’“analfabetismo emotivo”, direbbe Daniel Goleman in riferimento alla mancata consapevolezza delle emozioni provate. Quali sono le caratteristiche della dipendenza affettiva, e in che modo l’utilizzo massiccio dei bot può influenzarla? All’inizio, spesso, si intraprende questo genere di esperienza con curiosità e leggerezza, nella convinzione che si tratterà di un diversivo di breve durata.

Poi, con il passare del tempo, il soddisfacimento di bisogni quali la disponibilità e la rassicurazione portano ad approfondire la relazione. In questa fase gli eventuali sentimenti di ambivalenza vengano negati e si agisce come se non fossero presenti. Man mano che il tempo passa, il bot diventa sempre più indispensabile. La proiezione sul bot dei propri bisogni affettivi rafforza la convinzione che questi sarà in grado di soddisfarli. L’autoinganno, tuttavia, non riesce a mascherare del tutto le manchevolezze della relazione, e, per poterlo perpetrare, il dipendente comincerà ad evitare situazioni di confronto sociale, isolandosi sempre di più. Nella fase dell’idealizzazione del bot aumentano anche il coinvolgimento emotivo e la dipendenza dall’oggetto d’amore; inoltre, sempre dietro la spinta dell’autoinganno, tutti i pregi della relazione vengono amplificati per poter giustificare a sé stessi la prosecuzione del rapporto. Nella successiva fase, quella della dipendenza attiva, il soggetto perde il contatto con la propria identità, concentrando, in modo pressoché inconsapevole, tutta l’energia psichica sulla relazione. In questo periodo, che può avere una durata variabile, si riscontra un aumento aggiuntivo dell’isolamento sociale, accompagnato da diverse alterazioni del tono dell’umore, quali ansia, euforia o stati depressivi. Tali disturbi potrebbero diventare cronici, dando luogo a impulsività, problemi nella sfera del sonno, ansia generalizzata, pensieri ossessivi sull’oggetto d’amore, comportamenti compulsivi, percezione di sé scissa, compreso un allontanamento sempre maggiore dalla realtà. Come per ogni dipendenza, se non si riconosce almeno l’esistenza del problema, sarà difficile anche solo pensare di uscirne. Di conseguenza, la consapevolezza della tossicità della relazione e la richiesta di aiuto a professionisti della salute psichica sono i primi passi per provare ad affrontare in modo serio la questione.

