OpenAI, l’azienda dietro ChatGPT, sta vivendo un momento d’oro, almeno all’apparenza. Sotto la superficie scintillante, però, ci sono parecchi problemi che fanno storcere il naso. Nonostante i titoli trionfali, l’azienda sta perdendo una quantità immane di soldi: miliardi di dollari bruciati ogni anno. I costi per gestire e allenare i modelli di intelligenza artificiale sono altissimi e continuano a salire. Il modello di business dell’Azienza somiglia più a un castello di sabbia che a qualcosa di solido. Tutto ciò non sembra comunque spaventare i finanziatori che continuano a credere ciecamente sia in OpenAI che più genericamente sul futuro prospero delle Intelligenze artificiali.
Altro grande quesito è quello che riguarda la fuga dei cofondatori e dei primi manager. Quasi tutti i pezzi grossi, a parte Sam Altman, se ne sono andati. Perché? Probabilmente sono indispettiti dall’atteggiamento di Altman di spingere sull’acceleratore, sfornando prodotti come ChatGPT Search che, non sembrano pronti per il grande pubblico. La sensazione è che si stia correndo troppo per monetizzare, magari per tappare i buchi di bilancio.
A complicare ulteriormente il quadro ci sono dubbi sulla sostenibilità del progresso tecnologico nel campo dell’Intelligenza Artificiale. Finora si è andati avanti con la “legge di scala”: più grande è il modello, migliori sono i risultati. Ma questa regola d’oro potrebbe iniziare a scricchiolare. La mancanza di nuovi dati, l’aumento esponenziale dei costi computazionali e i risultati deludenti del nuovo modello Orion mettono in discussione la capacità di OpenAI di mantenere le promesse.
Il destino di OpenAI rimane incerto. Da un lato, c’è il supporto del mondo mediatico e degli investitori che continuano a sostenere ‘la causa’; dall’altro, emergono dubbi sulla sostenibilità del progetto a lungo termine, soprattutto se confrontato con la storia di altre start-up. Resta da vedere se OpenAI sia davvero ‘too big to fail’.
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Immagine generata con DALL-E 3.

