Il reddito di base universale torna prepotentemente nel dibattito pubblico, come uno zombie che risorge dall’oblio delle politiche economiche. Andrew Yang, già protagonista delle primarie democratiche del 2020, rilancia la sua proposta del “Dividendo della Libertà“: 1.000 dollari al mese per ogni adulto americano, una misura per salvare i lavoratori quando i robot prenderanno i loro posti.
Questa volta, però, l’argomento sembra più credibile grazie all’avvento preponderante dell’intelligenza artificiale negli ultimi anni, ma la proposta economica presenta diverse lacune: chiedere a un camionista di vivere con 1.000 dollari al mese è irrealistico, in quanto una famiglia con due genitori e due figli resterebbe ben sotto la soglia di povertà. Al contrario, invece, per garantire a ogni adulto un reddito pari allo stipendio mediano americano servirebbero 14.000 miliardi di dollari l’anno, ovvero circa il 45% del PIL, costituendo dunque una cifra impensabile, considerando che la spesa sociale pubblica statunitense non ha mai superato il 25% del PIL.
Per far fronte a ciò, Yang propone di finanziare il tutto con l’IVA, una tassa sui consumi, ma appare paradossale immaginare un mondo senza lavoro dove le persone vivono grazie a un’imposta su ciò che acquistano. Dunque, come sostiene Eduardo Porter, il vero problema americano oggi non è l’assenza totale di occupazione, ma la diffusione di lavori mal pagati nel settore dei servizi. Per questo motivo, dunque, anziché un beneficio universale così oneroso, servirebbero strumenti più mirati come, ad esempio, i sussidi salariali.
Leggi l’articolo completo Why universal basic income still can’t meet the challenges of an AI economy su The Guardian.
Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (20/07/2025).

