Nel corso del processo contro Meta avviato da 29 procuratori generali statali statunitensi, l’ex ingegnere per la sicurezza Arturo Béjar ha testimoniato che l’azienda adottava una strategia di “don’t ask, don’t tell” (non chiedere, non dire) sulla sicurezza dei minori.
Stando alla testimonianza, Meta era a conoscenza del fatto che gli algoritmi di raccomandazione esponessero gli utenti più giovani a contenuti riconducibili a predatori sessuali e a immagini violente, ma le segnalazioni rivolte ai vertici di Facebook e Instagram non si traducevano in interventi concreti. Béjar ha dichiarato di aver riferito a Mark Zuckerberg su questioni di prodotto circa cento volte nel corso degli otto anni trascorsi in azienda. Ha inoltre citato una mail del 2021 in cui avvertiva il CEO di segnalazioni costanti su contenuti dannosi e danni al benessere degli adolescenti, inviata dopo che Zuckerberg aveva dichiarato pubblicamente di non anteporre il profitto alla sicurezza.
A spingere Béjar ad approfondire la questione fu anche un’esperienza personale. Sua figlia adolescente aveva ricevuto avance sessuali indesiderate e insulti misogini su Instagram, e gli aveva segnalato che gli strumenti disponibili sulla piattaforma erano inefficaci o inutilizzabili per quel tipo di abusi. Da lì Béjar ha condotto alcuni sondaggi su Instagram, rilevando che il 51% degli intervistati aveva avuto un’esperienza dannosa nella settimana precedente, mentre solo lo 0,02% di quei contenuti veniva effettivamente rimosso. Béjar ha affermato che questi risultati furono condivisi direttamente con Zuckerberg e con il responsabile di Instagram, Adam Mosseri.
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Immagine generata tramite DALL-E. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (21/04/2025).

