Qualche settimana fa, una docente australiana ha sollevato un caso destinato a fare scuola. La professoressa Cath Ellis, responsabile della qualità accademica all’Università della Sydney Occidentale, ha pubblicato un articolo di opinione sul Sydney Morning Herald per difendere l’uso dell’IA da parte degli studenti. Peccato che il pezzo fosse stato scritto proprio da un’IA — senza che i lettori ne fossero informati. Il paradosso era evidente, e i social media non hanno tardato a farlo notare.
La vicenda apre una questione più ampia: fino a dove può spingersi l’IA nella scrittura? Per rispondere al quesito, l’autore dell’articolo originale traccia una distinzione netta: usare l’IA per fare ricerche, correggere bozze o formattare bibliografie è accettabile, mentre farle scrivere frasi e paragrafi, no. Un articolo di opinione, difatti, non è un elenco di punti: è un atto di persuasione, in cui contano la voce, lo stile e il ragionamento di chi scrive e delegare tutto ciò a una macchina — senza dirlo — è una forma di inganno verso il lettore.
La soluzione proposta, dunque, sono i cosiddetti standard minimi: regole chiare e verificabili su cosa costituisce paternità umana autentica e le università, oltre che le testate giornalistiche, dovrebbero adottarle senza indugio.
Leggi l’articolo completo Writing is an exercise in the art of persuasion. If we use AI we lose the art su The Guardian.
Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (27/10/2025).

