Quasi la metà dei candidati britannici — il 47%, secondo una ricerca della piattaforma Greenhouse su quasi tremila persone — ha già affrontato un colloquio di lavoro condotto dall’intelligenza artificiale. Un fenomeno in rapida espansione, non privo di conseguenze: il 30% di chi si è trovato di fronte a questa modalità ha abbandonato il processo di selezione.
Le testimonianze raccolte restituiscono un quadro fatto di disagio e disorientamento. Thomas, 21 anni, descrive l’esperienza come innaturale: parlare davanti a una telecamera senza nessuno dall’altra parte, rispondere a domande preregistrate senza poter leggere alcuna reazione, è «come guardarsi allo specchio e parlare con se stessi»; Susannah, scienziata di 44 anni, va oltre: «Ho trovato l’intero processo umiliante». Cinque domande generiche, un conto alla rovescia sullo schermo, e poi un rifiuto con feedback altrettanto generico. «Non sono nemmeno sicura che qualcuno abbia guardato il video», aggiunge.
A soffrire maggiormente, tuttavia, sono le persone neurodivergenti. Difatti, David, consulente di marketing autistico, racconta di aver parlato «per punti elenco e parole chiave»: il formato non lasciava spazio alla sua modalità di pensiero. Il punto critico, condiviso da tutti, è uno solo: il colloquio dovrebbe essere un dialogo, non un monologo davanti a uno schermo vuoto.
Leggi l’articolo completo ‘Awkward and humiliating’: UK job hunters share frustration with AI interviews su The Guardian.
Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (30/09/2025).

