Sono le undici di sera, gli occhi bruciano, pesanti, mentre il cervello invoca finalmente pietà. Ti sei già ripetuta, mentendo, che quello sarebbe stato l’ultimo reel; hai sussurrato “ancora un minuto” almeno quattro volte. Poi, d’improvviso, lo schermo sputa fuori un gattone arancione o una ciliegia fin troppo scarlatta, con un’espressione indecifrabile che ti inchioda lì. Guardi, scorri, et voilà: il sonno è posticipato di due ore, immolato sull’altare di una lore disturbante che non riesci a smettere di decifrare. Questa deriva ha un nome preciso, AI Slop, ed è il formato egemone di un internet che credevamo avesse già toccato il fondo creativo e che invece, semplicemente, stava prendendo la rincorsa. Il termine definisce contenuti generati in serie da algoritmi: immagini, video e testi concepiti chirurgicamente per mungere engagement, ma intrinsecamente nonsense. I gatti melodrammatici e , da poco, anche i fruits drama ne rappresentano, ad oggi, la declinazione più cinica e redditizia.
Gli archetipi algoritmici
I reel sono tutto uguali e sono i personaggi a mutare, talvolta è la gattina a tradire, qualche altra volta il micio oppure un broccolo aitante che complotta contro la sua moglie pesca. Pochi canovacci, tanti di colpi di scena. Una monotonia ipnotica con colonne sonore Pop le cui parole originali vengono trasformate in miagolii. Tra i vari pattern, sono tre quelli più utilizzati. Il primo è il classico tradimento: un protagonista bonario, vittima sacrificale di un destino infame, scopre l’infedeltà della compagna con un rivale più atletico e meno affidabile. La parabola è fissa: umiliazione, dolore sordo, riscatto titanico. Lui finisce ricco e algido e lei, tra i rimpianti, viene respinta con un fermo cenno del capo. C’è poi il filone della caduta e redenzione. Un animale derelitto, schernito dai potenti, scala la gerarchia sociale in un arco narrativo compresso in appena cinquanta secondi. Infine, c’è l’action puro: gatti muscolosi che si tuffano tra gli squali per trarre in salvo neonati, adottandoli e ritirandosi poi in ville da sogno a Beverly Hills. Sono, a ben vedere, i medesimi tropi delle telenovelas e dei drama coreani degli ultimi trent’anni. Funzionavano allora, e la macchina ha imparato che funzionano ancora meglio oggi.
Anatomia della catena di montaggio digitale
La genealogia è chiarissima: i micro-drama verticali nati su Douyin in Cina. L’intelligenza artificiale ha però rimosso l’ostacolo del costo umano. Script, immagini e animazioni collidono per generare personaggi antropomorfi dotati di voci sintetiche. Il risultato? Una produzione fordista dove un singolo operatore può sfornare trenta episodi a settimana, monetizzando senza mai staccare la schiena dalla sedia. Canali come Super Cat League hanno drenato milioni di iscritti e miliardi di visualizzazioni. Ma perché restiamo ipnotizzati da qualcosa di così palesemente artefatto? La risposta è nella dissonanza cognitiva. Il nostro cervello inciampa: riconosce qualcosa di simile a noi, ma i micro-dettagli come il battito delle ciglia, il ritmo innaturale del respiro, tradiscono l’inganno. È l’interruttore neurale che scatta tra l’empatia e l’allarme. I gattini IA abitano esattamente quel limbo e ci restano di proposito.
Il consumo del dolore
Oltre lo schermo non pulsa alcuna scintilla creativa, ma la fredda efficienza delle content farm del sud-est asiatico. Fabbriche di pixel che seguono una matrice immutabile: trauma, animale domestico, risoluzione cinematografica. Ogni commento, ogni insulto o lacrima digitale è ossigeno per il sistema; le piattaforme non distinguono tra commozione e scherno, computano solo l’engagement. Eppure, c’è un sottotesto che preferiamo ignorare. In questi reel succedono cose indicibili, al limite dell’impensabilità. Susan Sontag, in “Davanti al dolore degli altri”, scriveva che la visione continua della sofferenza finisce per prosciugare la nostra capacità di provare empatia. I gattini IA traditi sono la versione “safe” di questa anestesia: una pornografia del dolore filtrata e generata. Non li guardiamo nonostante siano falsi. Li guardiamo proprio perché lo sono ed essendo falsi, con protagonisti da fiaba contemporanea ci regalano il brivido dell’emozione, senza il fardello di metterci di fronte a dubbi e dilemmi morali. Possiamo continuare a scrollare imperturbati, siamo al sicuro finchè siamo nella parte felina dell’algoritmo.

