A Venezia l’Istituto italiano di tecnologia ha sviluppato una piattaforma digitale che indaga sul traffico di opere d’arte rubate. Si chiama RITHMS, acronimo di Research, Intelligence and Technology for Heritage and Market Security, e aiuta le forze di polizia fornendo piste investigative che all’occhio umano sfuggirebbero o richiederebbero molto più tempo.
Finanziata con 5 milioni di euro dall’Unione europea, la piattaforma opera in un contesto complesso che coinvolge figure di diverse nazioni e arriva a lambire anche case d’asta e musei, ingannati da continui acquisti e rivendite che servono a dare ai manufatti una provenienza legittima. Il suo funzionamento prevede diverse fasi. Innanzitutto, si raccolgono i dati attraverso cinquanta software che estraggono informazioni da siti d’asta, gallerie, social media e database culturali. Successivamente, l’intelligenza artificiale interpreta e sistematizza questi dati con algoritmi di Natural language processing, trasformandoli in un sistema organizzato visualizzato in un knowledge graph che mostra le relazioni tra oggetti, persone ed enti.
Dunque, come spiega Arianna Traviglia, coordinatrice del Center for Cultural Heritage Technologies dell’IIT a Venezia, vengono applicati gli stessi algoritmi usati per i social network, ma per individuare interazioni sospette. Ad esempio, un oggetto venduto ripetutamente tra tre persone attraverso la stessa casa d’aste può indicare un’operazione volta a costruire una provenienza falsa, paragonabile al riciclaggio di denaro.
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Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (07/09/2025).

