Il caso della Corte penale internazionale ha riportato al centro del dibattito europeo il rischio di un “interruttore digitale”, riporta il Corriere. Dopo le sanzioni statunitensi contro il procuratore Karim Khan, Microsoft avrebbe limitato l’accesso di alcuni magistrati dell’istituzione a propri servizi digitali. L’episodio ha reso esplicito come il controllo delle infrastrutture tecnologiche possa operare come leva geopolitica, alimentando nelle cancellerie europee la preoccupazione per la dipendenza da operatori soggetti alla legislazione americana. Diversi governi europei stanno rispondendo con piani di riduzione della dipendenza dalle Big Tech statunitensi.
Francia, Germania, Paesi Bassi e Italia collaborano allo sviluppo di piattaforme condivise e cloud europei. La Francia è tra i Paesi più attivi. Parigi sta riducendo l’uso di strumenti statunitensi nella PA e lavora con Germania, Paesi Bassi e Italia a piattaforme condivise, cloud europei e software open source. Il paese punta inoltre a costruire un ecosistema tecnologico europeo competitivo, anche se il divario con i colossi Usa resta ampio.
In Germania, lo Schleswig-Holstein ha avviato dal 2024 una migrazione sistematica verso software open source (da Microsoft Office a LibreOffice, da Outlook a OpenXchange) con l’obiettivo di completare il passaggio a Linux entro il 2026. L’operazione ha però prodotto rallentamenti operativi e un incremento del carico di lavoro stimato fino al 20% in alcuni uffici. Amsterdam ha scelto un approccio più graduale, puntando a portare entro il 2030 almeno il 30% dei servizi cloud comunali su operatori europei. L’Italia partecipa ai progetti europei sui beni comuni digitali e ha istituito il Polo Strategico Nazionale per ospitare i dati più sensibili della pubblica amministrazione.
Leggi l’articolo completo: Il pulsante di blocco digitale che fa tremare l’Europa: come gli Usa possono spegnere i servizi tech su Il Corriere
Immagine generata tramite DALL-E. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (25/05/2025).

