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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

Tecnologie civiche e prospettiva di genere: abitare, mappare, partecipare

IA Archiettura

Come possono le tecnologie digitali, e l’intelligenza artificiale, contribuire a creare città più inclusive, eque e accessibili? La risposta non sta nelle piattaforme mainstream o nella retorica della smart city, ma in esperienze locali capaci di coniugare innovazione, partecipazione e sguardo di genere.

Questo il tema affrontato durante il primo incontro del ciclo di eventi organizzato dall’hub europeo per la digitalizzazione EDIH-PAI e promosso dal Dipartimento di Informatica dell’Università di Torino, con l’obiettivo di dimostrare agli attori territoriali, tra cui pubbliche amministrazioni, enti locali e terzo settore, come le tecnologie civiche digitali possano fungere da amplificatrici di processi di partecipazione in ambito urbano.

Nello specifico, il tavolo di discussione, tutto al femminile e moderato da Silvia Botti (Architetta e giornalista, direttrice di One Works Foundation e presidente della Fondazione Giovanni Michelucci), ha affrontato il tema dell’urbanistica di genere, evidenziato come la sensibilizzazione verso città eque e inclusive passi da azioni concrete di osservazione critica della realtà e di valorizzazione di tutti i diversi punti di vista, soprattutto quelli meno rappresentati, usando il digitale come alleato. A tal proposito è stato portato ad esempio un caso concreto di innovazione civica, quello del Comune di Castenaso che, nel cuore dell’Emilia Romagna, ha avviato un progetto di mappatura partecipata che usa lo strumento digitale FirstLife per dare visibilità e voce ai bisogni delle donne e per contribuire ad una democratizzazione del fare città.

Urbanistica: perché il genere conta

Silvia Botti ha aperto il dibattito facendo notare che «quando si parla di città “per tutti”, si sottintende spesso un cittadino neutro — che nei fatti è maschio, adulto, autosufficiente, eterosessuale e normodotato, non considerando altri target, come ad esempio le donne. Pensiamo» ha continuato «agli spostamenti con i mezzi pubblici. Come dimostra uno studio presentato al Parlamento Europeo le donne usano di più i trasporti pubblici e il 20% dei loro spostamenti è legato al lavoro di cura e alla gestione familiare (contro il 23% per motivi professionali). Questo significa che si muovono in modo non lineare, ma frammentato, e spesso in orari non standard. Eppure la mobilità urbana è progettata per l’opposto: pendolari in auto diretti verso il centro. Il risultato? Trasporti inefficienti e servizi che non rispondono ai bisogni reali».

È qui che il digitale può fare la differenza, se usato per raccogliere, mappare e valorizzare i dati (anche) invisibili. Infatti, come ha sottolineato Monica Cerutti (Ricercatrice e responsabile delle relazioni con il territorio del gruppo Territori e Comunità Digitali di Social Computing dell’Università di Torino, Board member UN WOMEN ITALY, Donne 4.0 e Women in AI Italy Ambassador) c’è un filo diretto tra digitale, democrazia e partecipazione, soprattutto nell’ambito dell’intelligenza artificiale e delle tecnologie civiche. L’IA è prevalentemente progettata da uomini bianchi, spesso inconsapevoli dei bias che trasmettono nei dataset e negli algoritmi, e le piattaforme mainstream hanno interessi commerciali per cui il prezzo da pagare per la loro gratuità è l’estrazione di dati e informazioni sui comportamenti delle e degli utenti. Ma dal momento che l’IA e il digitale governano sempre più le nostre vite, chi le progetta, su quali dati, per quali finalità, è una questione profondamente politica. «Per questo» ha affermato «la sfida è costruire non tanto un’intelligenza artificiale “neutra”, ma consapevole delle disuguaglianze e capace di contribuire a superarle, anche attraverso un digitale inclusivo, che rifletta la pluralità dei vissuti e delle esigenze. Perché una città per le donne è prima di ogni cosa una città per tutte e tutti».

FirstLife: lo strumento per una città sensibile

È proprio con questo obiettivo che il gruppo Territori e Comunità Digitali di Social Computing dell’Università di Torino sviluppa le proprie tecnologie, tra queste FirstLife, un unicum nel panorama digitale italiano, una piattaforma collaborativa di georeferenziazione, usata per costruire mappature personalizzate e disegnare geografie dell’informazione attraverso un wall (bacheca) con funzionalità social sincronizzato con una mappa. Si tratta di uno strumento open source che non raccoglie dati per finalità commerciali, non cerca like, non premia l’ego, non genera dipendenza. È una piattaforma che abilita processi partecipativi autentici e ibridi: dall’urbanistica alla toponomastica di genere, dall’educazione civica alla cooperazione internazionale.

A differenza di molte piattaforme basate su modelli predittivi, FirstLife non impone logiche algoritmiche autoreferenziali. Invece, accoglie e valorizza la diversità delle informazioni raccolte dalle e per le comunità, rendendole visibili e fruibili. Il suo obiettivo principale non è rendere la città efficiente e performante, concetti chiave della “smart city”, ma valorizzare le sue sensibilità. Perché se è vero che le città non sono neutre, è vero anche che possono diventare luoghi di cura, giustizia e partecipazione, soprattutto se gli strumenti impiegati vengono disegnati per costruire comunità e non per frammentarle.

Castenaso e la “mappa femminile” della città

Un’opportunità che il progetto Verso: un crowdmapping femminile”, realizzato dal Comune di Castenaso (BO) in collaborazione con il Collettivo Verso, ha saputo cogliere, usando FirstLife per accompagnare e restituire il processo di coinvolgimento della cittadinanza, nello specifico nella mappatura di luoghi significativi per la vita urbana delle donne. Le cittadine infatti sono state chiamate a individuare, riflettere e mappare, durante laboratori partecipativi, spazi, servizi e desideri costruendo una riflessione collettiva sulla città.

Ogni informazione è stata georeferenziata sulla mappa digitale, arricchendo i punti con descrizioni, testimonianze e indicatori di genere. Il risultato? La piattaforma https://urbanisticadigenere.firstlife.org/ che, come ha sottolineato Lauriana Sapienza, Assessora al Welfare di comunità e famiglia, Servizi socio sanitari, Innovazione digitale, Cittadinanza attiva del Comune di Castenaso, «funziona da strumento di orientamento per le cittadine (e non solo), da base per politiche pubbliche per l’amministrazione e da leva di consapevolezza collettiva. Perché il cambiamento parte dalla rappresentazione: vedere, mappare, raccontare la realtà è già un modo per trasformarla. Ad ogni modo» ha continuato «il vero valore non è la mappa in sé, ma le relazioni che la rendono possibile: fra amministratrici e amministratori coraggiosi, cittadine attive, tecnologie etiche e politiche inclusive». Il progetto infatti ha fatto da volano per un’azione su scala regionale. A partire dall’esperienza di Castenaso, la Regione Emilia Romagna ha adottato FirstLife per costruire la mappatura della toponomastica femminile regionale https://ercittadelledonne.firstlife.org/wall, come primo passo per motivare i comuni a intraprendere percorsi di sensibilizzazione sul tema dell’urbanistica di genere, con lo scopo  di costruire un ambiente urbano equo e sensibile mediante un approccio attento alle differenze. Inoltre la mappatura della Regione Emilia Romagna ha fatto buon uso dell’IA utilizzando questa tecnologia per individuare i toponimi intitolati a donne. Ne sono emersi aspetti interessanti come il fatto che la scrittrice Grazia Deledda sia la donna che vanta il maggior numero di intitolazioni nella regione o come numerose siano le partigiane ad essere ricordate. In questo caso, come in altre applicazioni, la verifica ultima è comunque umana, anche perché alcune intitolazioni possono essere state omesse, come quella alla scrittrice George Sand, che ha un nome maschile. Questo connubio dimostra il fatto che l’intelligenza artificiale e il digitale civico possono – e devono – essere strumenti di emancipazione collettiva.

Conclusione: il futuro che possiamo progettare

Come ha osservato la giornalista Sarah Gainsforth a conclusione dell’incontro «la cosa positiva è che in Italia esistono esperienze simili, spesso poco visibili perché fuori dai grandi centri o dai radar mediatici. Il problema è che continuiamo a importare modelli dall’estero ignorando il patrimonio già esistente. Le “buone pratiche” non devono restare esempi isolati: vanno raccontate, sostenute e replicate».

Per questo il gruppo di ricerca Territori e Comunità Digitali di Social Computing dell’Università di Torino è sempre alla ricerca di opportunità per mettere a disposizione dei territori e delle comunità che li abitano le proprie tecnologie. In questo momento una grande occasione è offerta dall’hub europeo per la digitalizzazione EDIH-PAI (Public Administration Intelligence) (PAI) che ha l’obiettivo di supportare le pubbliche amministrazioni (PA), Piccole Medie Imprese (PMI), Cooperative, Imprese Sociali e le organizzazioni della social economy verso una trasformazione digitale significativa e sostenibile.

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