A Cannes è andato in scena il futuro del cinema — e fa ancora un po’ paura. Difatti, mentre il festival ufficiale bandiva l’AI dalla corsa alla Palme d’Or, sostenendo che la tecnologia «imita bene ma non prova emozioni profonde», la Croisette veniva occupata dal World AI Film Festival (WAIFF): cinquemila cortometraggi generati da algoritmi, grandi nomi di Hollywood sullo sfondo e l’ombra lunga del copyright.
Lo spettacolo era straniante. Uomini con scaglie di pesce sul collo, eserciti sintetici, distopie alla Blade Runner e animali fotorealistici su golf cart. L’accusa più grave è arrivata quando un film palesemente ispirato a Wallace e Gromit è finito in shortlist: il regista Kassovitz ha commentato con un «What the fuck?» e il festival ha ritirato l’opera. Il nodo centrale, tuttavia, resta il seguente: i modelli AI sono stati addestrati su milioni di ore di lavoro umano, spesso senza consenso né compenso, portando ad una contraddizione in essere che divide anche chi li usa — come Kassovitz stesso, che apre uno studio AI a Parigi ma promette di querelare chiunque sfrutti l’AI su La Haine.
Nonostante ciò, però, ci sono anche dei segnali incoraggianti, come, ad esempio, un cortometraggio sulla demenza, realizzato da un ventidueenne con soli 500 euro, che ha commosso il pubblico, oppure Claude Lelouch che all’età di 88 anni e 51 film, gira il suo 52° film con l’IA, dichiarando: «Ho ritrovato la mia infanzia».
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Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (07/09/2025).

