Nei primissimi minuti di un’emergenza, quando una persona non riesce a parlare, a indicare dove si trova o a spiegare cosa sta succedendo, il sistema di soccorso arriva spesso troppo tardi e con troppe informazioni mancanti. È esattamente in questo vuoto che si inserisce AI-h, un brevetto italiano ideato da Paola Cerri, nata non dal mondo della sanità ma dalla comunicazione e dal marketing, e plasmata da una perdita personale: la sua migliore amica morì in un incidente acquatico perché non fu trovata in tempo.
AI-h — titolo tecnico “Method for Detecting an Accident” — non è un’app né un gadget. È un processo che raccoglie e organizza dati nei momenti critici che precedono la chiamata al 118: posizione GPS, parametri vitali da wearable come smartwatch o smart ring, informazioni cliniche rilevanti come allergie o patologie, immagini da dashcam, segnali vocali o assenza di risposta. Il sistema si attiva anche solo tramite voce e può guidare eventuali testimoni attraverso procedure di primo soccorso con un’interfaccia conversazionale. A differenza di eCall — il sistema europeo che segnala automaticamente gli incidenti stradali — AI-h punta a qualificare lo stato della persona, non solo l’evento. Funziona in caso di infarto, malore domestico, incidente in montagna o in acqua, integrando anche reti satellitari per garantire continuità del segnale anche in zone isolate.
Il vero ostacolo, tuttavia, secondo Cerri, non è tecnologico ma sistemico: l’Italia ha pezzi che funzionano, ma fatica a metterli a sistema. L’intelligenza artificiale, in questo schema, non sostituisce il soccorritore: riduce il tempo dell’incertezza, quello in cui spesso si decide tutto.
Leggi l’articolo completo L’intelligenza artificiale può colmare il vuoto dei primi minuti di un’emergenza? La scommessa di AI-h su Wired.
Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (23/06/2026).

