Uno studio dell’Università di Edimburgo ha rilevato che gli AI scribe (assistenti AI che ascoltano le consultazioni mediche e trascrivono automaticamente note e lettere cliniche, già usati dal 40% dei medici di base nel Regno Unito) potrebbero far perdere informazioni vitali e portare a una progressiva perdita di competenze del personale sanitario. Lo studio, peer-reviewed, è pubblicato su BMJ Digital Health & AI.
Il report riconosce l’utilità degli AI scribes nel lavoro amministrativo, ma evidenzia la necessità di ulteriori ricerche su come si integrano nei diversi contesti sanitari. Pur catturando bene il parlato, gli strumenti tendono a tralasciare aspetti non verbali (espressioni facciali, gesti, stato emotivo), privilegiando i dati clinici a scapito del racconto personale della malattia. I pazienti risultano inoltre più riluttanti a condividere informazioni sensibili sapendo di essere registrati. La trascrizione manuale, rileva la ricerca, svolge una funzione cognitiva importante per il clinico nel ragionamento sul paziente; delegarla all’IA produce un cognitive offloading (delega cognitiva) che se da un lato libera tempo per conversazioni più significative, dall’altro rischia di ridurre memoria e competenze.
I ricercatori concludono che nella progettazione di questi sistemi è importante preservare – e non sovrascrivere la voce dei pazienti e che restano da chiarire gli effetti a medio-lungo termine nei singoli contesti, specie quando gli strumenti vengono usati in paesi con sistemi sanitari diversi da quelli di sviluppo. Il ricercatore Lucas Seuren osserva che l’entusiasmo per la riduzione della burocrazia non è accompagnato da un’adeguata considerazione dell’esperienza dei pazienti. Il rischio, aggiunge, è che si perdano le loro storie, penalizzando ulteriormente chi già affronta forme di marginalizzazione nei servizi sanitari e sociali.
Leggi l’articolo completo: “AI tools that take notes for GPs could miss vital information, study suggests” su BBC
Immagine generata tramite DALL-E. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (07/05/2025).

