Il termine “brain rot” è uscito dai meme per arrivare ai laboratori di ricerca. Studi recenti condotti al MIT, Wharton e UCSF hanno dimostrato come un uso eccessivo di social media e intelligenza artificiale stia indebolendo le capacità cognitive. Oxford ha nominato “brain rot” parola dell’anno 2024, sottolineando l’importanza del fenomeno.
Al MIT, studenti che si affidavano a ChatGPT durante la scrittura mostravano una ridotta attività cerebrale e, poco dopo aver terminato, dimenticavano gran parte del testo prodotto. Lo stesso risultato è stato riscontrato tra i giovani californiani. I dati evidenziano punteggi inferiori in memoria, linguaggio e lettura, legati soprattutto al tempo sottratto a lettura, sonno e dialogo diretto. Il brain rot, secondo i ricercatori, può essere evitato attraverso un uso consapevole della tecnologia, e utilizzando l’IA solo come supporto esercitando prima le capacità mentali autonome. Proprio per, evitare il declino cognitivo, tra le scuole e le famiglie si stanno diffondendo “zone tech-free” per tutelare la fatica mentale, imprescindibile per apprendere e pensare criticamente.
Per evitare gli effetti del brain rot, c’è bisogno che la mente venga stimolata con sforzi cognitivi autentici. Solo così si potrà preservare la capacità di apprendere, ragionare e ricordare, capacità che rischiano di essere spazzate via dall’uso passivo e indiscriminato di social e chatbot.
Leggi l’articolo completo “How A.I. and Social Media Contribute to ‘Brain Rot’” su The New York Times.
Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (11/11/2025).

