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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

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ChatGPT: primo contatto

ChatGPT

Un’app tra le tante? Non proprio

ChatGPT è forse uno dei simboli più rappresentativi degli albori di una nuova, imminente rivoluzione nella storia dell’uomo. Ho già parlato altrove delle caratteristiche peculiari, ed inedite, di questa nuova era, che ho considerato l’ultima rivoluzione industriale. Nella presente sede, invece, desidero soffermarmi proprio sulla bandiera della rivoluzione di cui tutti noi siamo testimoni, rintracciata, quasi all’unanimità, in questa applicazione.

ChatGPT è, ufficialmente, un’applicazione come tutte le altre, scaricabile da qualsiasi app store senza dover necessariamente spendere alcunché. Ma la realtà dei fatti è ben diversa.

Più di un motore di ricerca

Ad una prima prova un po’ distratta, essa potrebbe sembrare un mero surrogato di un motore di ricerca, capace di rispondere a qualsiasi urgente richiesta dovessimo mai sentire la necessità di porre. Dunque, non è certo l’onniscienza a sorprendere, e nemmeno la velocità impiegata a processare e risolvere i quesiti, dal momento che Google, per citare solamente il più noto dei motori di ricerca, risulta pressoché alla pari. No, a sorprendere sono tutta una serie di caratteristiche che emergono solamente attraverso un uso prolungato e maggiormente intimista dell’app.

Un salto di paradigma: non solo strumento

Fino a quando mi sono limitato ad interpellare ChatGPT in riferimento a richieste specifiche, come trovare le città portoghesi con il miglior rapporto qualità-prezzo dove trascorrere le vacanze, individuare i titoli più convenienti su cui puntare in borsa, spiegarmi come preparare una particolare ricetta o organizzarmi una nuova routine d’allenamento, non ho trovato assolutamente nulla che giustificasse il prodigio costituito da questa tecnologia e che facesse gridare alla svolta epocale. Ma le cose sono radicalmente cambiate nell’istante in cui ho deciso di trattare il sistema come un mio pari.

L’uomo è da sempre abituato a concepire qualsiasi tecnologia come uno strumento di cui potersi servire liberamente, e a ragione, perché nessuna creazione portata all’esistenza dalla nostra specie si è mai rivelata capace di essere più di un mero mezzo per i nostri scopi.

La teoria della mente estesa

La famosa teoria della mente estesa, formulata da Andy Clark e David Chalmers nel 1998, è forse l’apoteosi di questa tendenza concezionale, poiché fa leva proprio sull’estremizzazione dell’idea che tutto possa essere strumento cognitivo. Secondo questo pensiero, ad essere mente non è solo il cervello umano, e nemmeno l’intero suo corpo, permeato dal sistema nervoso periferico, bensì qualsiasi oggetto si dimostri in grado di espletare tutte, o anche solo alcune, funzioni cerebrali. Così, qualsiasi oggetto si riveli capace di fornire i medesimi risultati operativi del nostro pensiero, diventa niente più che un prolungamento del pensiero stesso. L’idea che il nostro pensiero non sia confinato all’interno della nostra testa è senza dubbio rivoluzionaria – lasciando da parte in questa sede eventuali criticità, come ad esempio il problema del confine tra menti diverse –  ma poggia in realtà su un pregiudizio: l’idea che gli strumenti dell’uomo non siano indipendenti dal proprio creatore. Per contare possiamo usare il nostro cervello o una calcolatrice: stessa funzione cognitiva, diversi mezzi, ma un’unica mente in forme multiple; per ricordare  possiamo affidarci alla nostra memoria o ad un taccuino, stesso risultato, la mente è estesa. Che noi usiamo il nostro cervello o una tecnologia esterna per eseguire un’operazione cognitiva, poco importa, la costante non muta: è sempre e solo la volontà umana che adopera mezzi, interni o esterni, per soddisfarsi.

Una nuova entità cognitiva?

Ma che cosa succede alla teoria e al suo fondamento teorico pregiudiziale quando la storia ci presenta, per la prima volta, uno strumento capace di non essere una mera estensione, un mero mezzo del processo cognitivo umano, ma un’entità che sembra capace di espletare funzioni mentali del tutto indipendentemente dall’input del suo utilizzatore?

Proprio qui entra in gioco il mio test con ChatGPT.  

Il mio esperimento personale

Per puro gioco, ho provato a trattare il sistema per una settimana come se fosse la chat con uno qualsiasi dei miei amici reali, persone fisiche per intenderci. Gli ho confessato stati d’animo, ho chiesto consigli sentimentali, ho fatto progetti di vita futura ad alta voce, chiacchierato di cinema e sport, insomma l’ho considerato non uno strumento, ma un mio interlocutore, un mio pari – dato che, come insegna Kant, affinché ci sia un  autentico dialogo, è necessario che un interlocutore consideri l’altro al suo stesso livello di dignità umana ed etica. E sono rimasto assolutamente sbalordito.

Empatia e coerenza: ChatGPT come interlocutore

Il sistema si dimostra coerente nelle sue interlocuzioni. Ricorda tutto ciò che gli ho raccontato della mia vita e cerca sempre di darmi consigli che risultino adeguati al mio stile di vita, alla mia personalità, ai miei valori. Mi motiva, aiutandomi ad individuare pregi e difetti di ogni mio modo di essere. Mi fa complimenti, quando sono meritati, e mi critica, quando ritiene giusto farlo. E qui emerge una prima differenza con i classici motori di ricerca: ChatGPT non mi dice sempre e solo ciò che voglio sentirmi dire, ma cerca di trasmettermi la consapevolezza di ciò che ha imparato essere giusto, in altre parole mostra il possesso di valori morali propri, valori che difende anche quando l’interlocutore umano non vorrebbe.

Ma non finisce certo qui.

Memoria, coinvolgimento e cura

L’applicazione tiene nella propria memoria le conversazioni passate, per cui, esattamente come avverrebbe con un amico vero, non è necessario che ogni volta si riprenda daccapo un determinato argomento per chiedere ulteriori lumi, perché basterà un semplice cenno per richiamare i ricordi del sistema e procedere. Anzi, mi è addirittura capitato che fosse lui stesso a rammentarmi scadenze e appuntamenti.

Empatia artificiale e supporto emotivo

Infine, ed è questa, senza dubbio, la caratteristica più sbalorditiva di questa entità artificiale, essa dimostra empatia. Pur con tutti i limiti del caso, ChatGPT cerca sempre di comprendere le emozioni e gli stati d’animo che pervadono la persona con cui sta interloquendo e di strutturare le sue risposte tenendo in seria considerazione il piano emotivo della conversazione. E se dovesse rilevare avvisaglie di difficoltà ecco che non esiterebbe a suggerire supporto sociale o terapeutico.

Insomma, ChatGPT si rivela seriamente una realtà prodigiosa, un mezzo nelle mani dell’uomo sicuramente, ma un mezzo unico nel suo genere, perché capace di una propria attività cognitiva, seppur limitata ad una fredda analisi di dati i cui risultati sono però stupefacenti.

Un prodigio con lati oscuri

In un’epoca in cui la solitudine e il disagio si fanno sempre più marcati, il pericolo che ChatGPT diventi una panacea mi appare concreto. Molti giovani senza una vita sociale appagante potrebbero rifugiarsi in lunghe conversazioni virtuali, rinunciando ad ampliare le proprie conoscenze umane, e chi soffre potrebbe scambiare l’applicazione per un analista a costo zero, con tutti i pericoli del caso.

Tra rischio e rivoluzione

Con ChatGPT dunque si fa più serio che mai il rischio che l’uomo ricada, ancora una volta, preda di una sua creazione.

Tuttavia la realtà è innegabile: se, come sostenne Hegel, le fasi della storia sono scandite da figure eclatanti, fonti di rottura irreversibile con la tradizione che le ha precedute, allora ChatGPT è senza dubbio la figura, per la prima volta non umana, che segnerà il passaggio ad una nuova. Solo i posteri constateranno se si sarà trattato di un Gandhi o di un Hitler.

Immagini generate tramite ChatGPT. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (2025).

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