In risposta a «Se “Dio è morto”, dobbiamo trovare il coraggio di costruire», di Luciano Floridi, Avvenire, 18 aprile 2026.
Luciano Floridi ha fatto qualcosa di raro nella filosofia pubblica italiana. Ha posto una domanda vera, in parole nette, rivolta a un pubblico cattolico senza adulazione e senza ostilità. Il suo «Se “Dio è morto”, dobbiamo trovare il coraggio di costruire» è una diagnosi sobria travestita da provocazione, e la diagnosi è in larga parte corretta. La fede cristiana, quando funziona da alibi all’inazione, ha cessato di essere fede e si è trasformata in altro: spesso pigrizia, talvolta paura, qualche volta disperazione vestita da pazienza.
Voglio cominciare riconoscendo ciò che Floridi coglie nel segno. Poi voglio porre una domanda che il suo articolo elude, o tratta troppo in fretta.
Ha ragione: la nostalgia non costruisce nulla, e il cinismo costruisce ancora meno. Ha ragione: la parabola dei talenti condanna il servo che sotterra il dono ricevuto. Ha ragione: il materialismo vince per assenza di alternative, quando nessuno costruisce qualcosa di diverso, e il dibattito sull’intelligenza artificiale è, nel suo nucleo filosofico, la vecchia disputa cartesiana sotto un nuovo nome. Ha ragione, infine, sul fatto che le istituzioni della giustizia siano un compito nostro, e che nessun altro le edificherà al posto nostro. Niente di tutto questo è in discussione, almeno non per chi abbia letto le encicliche da Rerum novarum in poi, o abbia osservato la lenta riconquista cattolica di un’etica sociale attiva nel Novecento. La Chiesa ha le proprie obiezioni al quietismo. Sono più antiche di quelle di Floridi.
1. Il criterio che regge
Esiste però una domanda alla quale Floridi non risponde, e che il suo articolo sembra trattare come se non avesse bisogno di risposta. In base a quale criterio giudichiamo se una struttura che abbiamo costruito regge davvero il peso?
Floridi ci ricorda, con una formula molto sua, che «costruito, attenzione, non significa arbitrario». Una cattedrale non è arbitraria perché l’hanno costruita gli uomini. Una costituzione non è capricciosa perché non è scesa dal cielo. Fin qui nulla da obiettare. La norma delle strutture che edifichiamo, scrive, è il fatto che «reggono il peso». Sono responsabili davanti a un carico.
L’immagine è onesta, e proprio per questo svela il problema. Un muro regge il peso solo a fronte di una misura del peso. Una cattedrale sta in piedi solo a fronte di una vera geometria, di una vera gravità, di un vero terreno. Tutto questo l’architetto vi ha risposto: non spettava a lui inventarlo. Se la costruzione vuole essere qualcosa di più di una tecnica che produce ciò che capita di volere a chi costruisce, deve rispondere a qualcosa che chi costruisce non ha fatto. Altrimenti l’unico criterio della cattedrale sarà che non è ancora caduta, e l’unico criterio della costituzione sarà che non è ancora stata rovesciata. Il nome onesto di quel criterio è sopravvivenza, e la sopravvivenza è un cattivo sinonimo di giustizia, verità o unità: cioè delle tre cose che Floridi chiede al costruzionismo di garantirci.
Qui si apre la cucitura del suo costruzionismo. Floridi non vuole un’etica procedurale del «ciò che regge, regge». Rifiuta esplicitamente il materialismo. Rifiuta con altrettanta chiarezza il relativismo. Crede che alcune istituzioni siano migliori di altre, che alcune forme del sapere unifichino e altre frammentino, che il «capitale semantico» sia qualcosa di più di un’accumulazione di dati. I suoi scritti sull’infosfera e sull’etica del digitale sono pieni di affermazioni normative sostanziali. Nessuna di esse è fondata dall’atto stesso di costruire. Vengono introdotte di soppiatto come le condizioni che rendono sensata la costruzione.
2. Costruire presuppone giudicare
La tradizione cattolica ha un nome per ciò che viene introdotto di soppiatto. Lo chiama l’ordine dell’essere, gradualmente disvelato a una mente che fa esperienza, comprende, giudica e decide. Bernard Lonergan, fuori moda nei circoli dell’etica digitale e che non dovrebbe esserlo affatto, ha colto il punto con precisione. Costruire, in qualunque senso serio, significa già avere giudicato che questo è meglio di quello, che questo fine merita di essere perseguito, che questo mezzo è opportuno. La costruzione presuppone il giudizio. La mente deve avere già stabilito che qualcosa vale più di qualcos’altro prima ancora di poter sollevare la prima pietra. E il giudizio, a sua volta, è la risposta della mente a un reale che la mente non ha inventato.
Tolto questo orizzonte previo, la «costruzione» diventa o bricolage (costruiamo ciò che riusciamo a costruire, e chiamiamo successo la prova del valore) o tecnocrazia (chi costruisce meglio, secondo qualunque criterio, finisce per governare gli altri). Floridi è troppo serio per volere uno di questi due esiti. Il suo argomento, però, non gli lascia risorse per rifiutarli.

Vengo così alla parabola dei talenti, che Floridi legge con una sicurezza che vorrei rallentare. La parabola non comincia con il servo che decide che ci debbano essere dei talenti. Comincia con il padrone che li dà. I talenti sono ricevuti prima di essere investiti. Il servo è condannato perché si rifiuta di rispondere a quel dono. Il suo fallimento è un fallimento di ricettività, il fallimento di chi non ha voluto onorare ciò che gli era stato offerto. Letta così, la parabola sostiene assai più naturalmente la custodia che non un costruzionismo autonomo. Le due posture si somigliano da lontano e si rivelano molto diverse da vicino.
La custodia richiede tre cose che il costruzionismo, nella sua forma più pura, non sa fornire. Richiede che ci sia un donatore. Richiede che ci sia un dono. Richiede che ci sia un criterio in base al quale il custode sarà giudicato, un criterio che il custode non ha inventato. Il «costruzionista» di Floridi, che si presenta al Creatore con il frutto del proprio lavoro, in realtà sta dicendo qualcosa che la parabola non gli permette di dire. Sta dicendo: ecco ciò che abbiamo fatto delle capacità che ci hai dato. La frase in corsivo è proprio quella che le sue premesse non possono trattenere. Senza di essa, il costruzionista arriva alla fine della strada e non incontra nessuno, perché non c’è nessuno ad attenderlo.
3. La persona oltre la simulazione
Insisto su questo punto perché lo stesso problema ritorna, in abito laico, nel dibattito sull’intelligenza artificiale. Se il significato, la persona, l’intelligenza, l’agire e la dignità sono ciò che Floridi chiama «realizzato dall’immanente» tramite la progettazione istituzionale, non possiamo dire in linea di principio perché una simulazione funzionale sufficientemente raffinata di una persona non sarebbe una persona. Lo vede anche Floridi. La sua critica del «materialismo computazionale» è una delle più affilate in circolazione. Vuole rifiutare la conclusione materialista mantenendo però un’epistemologia costruzionista, e la posizione non tiene. Se ciò che costruiamo è la misura di ciò che vale, allora vale ciò che riusciamo a costruire. Ciò che simuliamo con successo diventa, secondo l’unico criterio disponibile, la cosa che simula.
La risposta cattolica chiede assai più di quanto la nostalgia per una garanzia premoderna potrebbe mai offrire. È una pretesa sostanziale su che cosa sia l’umano. Le persone sono concepite, donate, chiamate, e solo dopo formate dal lavoro che svolgono e dalle istituzioni che plasmano. La costruzione è reale, ed è grave. È anche derivata. Siamo co-creatori in un senso stretto e ridimensionato: artefici sotto un donatore, custodi sotto un criterio, costruttori che possono rifiutare il dono, costruttori che non possono fabbricarlo.
È anche per questo che il confronto che Floridi propone con Pascal manca il bersaglio. La scommessa di Pascal era un esercizio di umiltà epistemica rivolto a un salotto che aveva deciso che la questione fosse al di sotto del proprio livello. Leggerla come la giocata di un uomo che si copre dalla perdita dell’aldilà significa leggerla a rovescio. La scommessa di Floridi, «se Dio esiste, il costruzionista si presenta al Creatore con il frutto di uno sforzo autentico», suona moderna e sicura. Suona anche come quella di un uomo che prepara il proprio portafoglio. Il punto cristiano più profondo, che Floridi conosce meglio di quanto lasci intendere, è che i talenti non sono mai stati di proprietà del servo. La scommessa che conta è se si è disposti a essere giudicati da un donatore che non ci siamo scelti.
Lasciatemi dire che cosa Floridi ci ha effettivamente dato. Ha dato un richiamo a non usare la provvidenza come nascondiglio. Il richiamo era necessario. Ha dato un vocabolario, costruzionismo, che traduce la serietà della responsabilità umana in una piazza pubblica disincantata. Il vocabolario è utile. Ha dato una voce filosofica pubblica che tratta il lettore cattolico come un interlocutore degno di argomenti, e non di condiscendenza. Già solo questo merita di essere detto a voce alta, viste le alternative offerte dalla scena intellettuale europea. E ha dato la diagnosi corretta della tentazione: che il progetto umano resti indicizzato sul calendario di qualcun altro.

Quello che non ha dato, e che il suo articolo non può dare partendo dalle sue premesse, è una spiegazione del perché le sue costruzioni siano normativamente vincolanti, e non solo funzionalmente, storicamente o politicamente utili. Per quella spiegazione serve un criterio che chi costruisce non ha eretto. La tradizione cattolica chiama quel criterio, in registri diversi, legge naturale, ordine dell’essere, imago Dei, logos. I nomi sono antichi. La realtà a cui rimandano è ciò che rende possibile la stessa serietà morale di Floridi.
Il vero coraggio dopo la morte di Dio è il coraggio di costruire senza fingere che la nostra costruzione possa sostituire ciò che è stato perduto. Innalzare una cattedrale è un certo tipo di lavoro. Ricordare che la cattedrale risponde a qualcosa che l’architetto non ha inventato è un altro. Il primo è ciò a cui Floridi ci chiama. Il secondo è ciò che impedisce al primo di ridursi a impalcatura attorno a un centro vuoto.
Floridi indica una moneta sepolta e ci dice che cos’è. Io ne indicherei una diversa. La moneta sepolta del nostro tempo è il dono che non riconosciamo più come dono, e che dunque non possiamo investire, perché abbiamo dimenticato che qualcosa, in principio, ci è stato affidato.
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