Cluely è un software che appare come sovrapposizione trasparente sullo schermo e promette di migliorare le conversazioni digitali. Può ascoltare chiamate audio e video, fornire riassunti in tempo reale di ciò che viene detto, offrire informazioni dal web e suggerire domande o risposte. L’idea era rendere le interazioni più efficienti. Ma chi lo ha testato racconta altro.
Durante interviste con esperti di linguistica come Deborah Tannen e N. J. Enfield, Cluely si è rivelato un ostacolo invece che un aiuto. Il problema è che conversare richiede già prestazioni cognitive elevate. Gli esseri umani elaborano costantemente segnali sottili, tempi di risposta, feedback reciproci. Aggiungere uno schermo che scorre suggerimenti nell’angolo dell’occhio crea una distrazione pesante. I ritardi diventano innaturali e l’interlocutore li percepisce come mancanza di interesse o disagio sociale. Enfield ha notato che sapere dell’uso di Cluely rendeva le domande “meno interessanti”, perché prive di genuina curiosità.
Roy Lee e Neel Shanmugam hanno fondato Cluely partendo da un’app per barare ai colloqui di lavoro, poi hanno raccolto oltre 20 milioni di dollari in finanziamenti. Lee difende il progetto sostenendo che più conoscenza migliora le relazioni, ma ammette anche che usare frasi scritte dall’intelligenza artificiale sia una forma di inganno. La soluzione proposta è che tutti usino Cluely, così tutti si ingannano a vicenda. Il risultato però è chiaro: meno autenticità, meno attenzione, meno connessione reale.
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Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (24/11/2025).

