In Italia, il dibattito sul riconoscimento facciale utilizzato dalle forze dell’ordine è ancora lontano dall’essere trasparente. Nonostante l’elevato numero di ricerche effettuate attraverso il sistema Sari, sviluppato dalla società Reco 3.26, i cittadini non possono accedere ai dati necessari per un confronto aperto e informato.
L’associazione non profit StraLi e il collettivo giornalistico IrpiMedia stanno cercando di far luce sull’uso di Sari, ma il Ministero dell’Interno, guidato dal ministro Matteo Piantedosi, resiste nel fornire informazioni. Questo rifiuto ostacola un dibattito pubblico fondamentale, soprattutto alla luce delle nuove normative europee sull’intelligenza artificiale (AI ACT).
Approvato nel 2018 dal Garante Privacy, Sari permette alla polizia scientifica di confrontare immagini di volti con quelli presenti nel database Afis, che contiene le impronte digitali e i volti di persone fotosegnalate. Tuttavia, l’algoritmo di Sari, il cui funzionamento è sconosciuto sia al pubblico sia agli operatori, presenta molte incognite. Ad esempio, non si sa se e come l’algoritmo sia stato aggiornato dal 2016.
Grazie agli sforzi di StraLi, è stato possibile ottenere alcuni dati: nel 2022 sono state effettuate 79.362 ricerche con Sari, aumentate a 131.023 nel 2023, nonostante un calo del 5,5% dei reati nello stesso periodo. Tuttavia, mancano informazioni cruciali come il tasso di successo delle ricerche e i reati specifici per cui Sari viene utilizzato.
In Paesi come i Paesi Bassi e la Germania, i dati sul riconoscimento facciale sono accessibili al pubblico e mostrano un uso molto inferiore rispetto all’Italia. Nei Paesi Bassi, solo l’8-12% delle ricerche produce un match. In Italia, invece, ogni mille reati vengono effettuate 60 ricerche con Sari, contro meno di due nei Paesi Bassi e in Germania.
L’uso di Sari solleva preoccupazioni sulla privacy e sulla discriminazione, in particolare verso i cittadini stranieri, che rappresentano la maggioranza nel database Afis. Inoltre, l’opacità del funzionamento dell’algoritmo rende difficile contestarne l’affidabilità scientifica. Senza trasparenza, è impossibile valutare se il sistema sia usato in modo appropriato o se vi sia un rischio di abuso.
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