Computer scientist scrivono un libro dopo l’altro, con la pretesa di educare i cittadini, come e più di quanto abbiamo visto fare ai virologi ai tempi dell’epidemia.
Fini studiosi, pensatori, filosofi e filosofe finiscono per distogliersi dal proprio tentativo di conoscere, dal proprio originale e libero pensiero, per recensire e commentare il pensiero dei computer scientist.
E questo mentre i computer scientist che scrivono, libro dopo libro, si allontanano sempre più dal loro fondato sapere, dalla loro specializzazione, per arrampicarsi in argomentazioni speculative, metafisiche, etiche.
Un esperto di deep learning è forse legittimato a parlarci di ontologia e di coscienza? Il fatto che una certa macchina funziona, legittima forse il computer scientist a parlare dei massimi sistemi?
L’aura di autorità che circonfonde qualsiasi cosa dica il computer scientist è già ben alimentata da una oculata propaganda, cui contribuiscono membri della stessa élite, con il supporto di lobby industriali e speculativo-finanziarie che crescono attraverso l’affermazione dell’universale presenza della cosiddetta intelligenza artificiale.
La crescente attenzione ai computer scientist e ai loro corifei ha come contrappasso il trascurare altre chiavi di lettura.
Scienze differenti offrono chiavi di lettura differenti. Uno sguardo esaustivo ed esatto resta inattingibile. Ma, sulla strada del ‘vedere per sapere’, del conoscere, restano aperte due vie.
Si può scegliere di abbarbicarsi ad un unico sguardo – e possiamo supporre che questo afferrarsi sia un meccanismo di difesa, un inciampo o un rifiuto. O possiamo incamminarci lungo il faticoso percorso del giustapporsi, del sovrapporsi, del contaminarsi di sguardi differenti.
È comodo scegliere la prima via. Ed è comodo complemento all’incamminarsi lungo la prima via il rimuovere – il negare a se stessi e a ogni altro – l’esistenza di altre vie.
Oggi la via ‘scientifica’ stimata come più efficace, più celebrata, più socialmente rinomata, è, evidentemente, la via delle cosiddette discipline STEM (Science, Technology, Engineering, and Mathematics). E all’interno delle discipline STEM appare sempre più evidente il primato della Computer Science.
La via delle ‘scienze umane’, contestualmente, è considerata marginale, scarsamente, produttiva, in fondo irrilevante.
Esemplare il caso della psicologia. Intendo per psicologia la disciplina che studia il divenire adulto dell’essere umano, la consapevolezza del proprio modo di essere, lo scavo in noi stessi e l’accettazione dei nostri limiti, la sana gestione delle pulsioni, l’atteggiamento rispetto agli altri e la formazione di relazioni interpersonali…
C’è bisogno davvero di questo tentativo di definizione? Sì, perché la psicologia cui qui accenno è negata e rimossa, e sempre più di frequente sostituita da una ben diversa disciplina, la cui definizione più comune è forse ‘psicologia cognitiva’. Ovvero, una disciplina il cui metodo consiste nel considerare l’essere umano una macchina, e nel confrontare i comportamenti umani con modelli dati a priori. La psicologia cognitiva, dunque, si fonda sullo stesso concetto di macchina computazionale su cui si fonda la computer science.
In questo modo lo sguardo psicologico è censurato ed evitato.
Ora però è proprio questa censura a parlarci dell’importanza della psicologia. Infatti la psicologia ci invita ad osservare come inventiamo apparenti ragioni, scuse e deviazioni e coperture per poter evitare di vedere ciò che ci disturba, ci mette in crisi; la psicologia smonta le nostre sicurezze, mostra ciò che c’è dietro. Servono oggi gli strumenti della psicologia per guardare dietro l’ostentata sicurezza dei computer scientist, e del corteo di scienziati di altre discipline e di filosofi di complemento che si pongono a seguaci dei computer scientist.
I computer scientist progettano, costruiscono e governano le macchine che ogni cittadino del pianeta è oggi obbligato ad usare, e di più: indicano oggi ad ogni cittadino del pianeta la strada da seguire.
Eppure i computer scientist sono esseri umani, e lo statuto di computer scientist non salva l’essere umano che copre questo ruolo dall’essere vittima di quei meccanismi di difesa che sono l’oggetto di studio della psicologia.
Serve dunque tornare alla psicologia. Con tre obiettivi di ricerca.
Il primo lavoro psicologico-psicanalitico oggi necessario consiste nel guardare ai meccanismi di difesa adottati dai computer scientist. Meccanismi che appaiono evidenti nel loro agire pubblico, e che certo influiscono sul loro lavoro tecnico.
Altri due studi psicologici-psicanalitici appaiono ugualmente importanti.
Lo studio dei meccanismi di difesa dei cittadini così come si manifesta nel loro affidarsi alla guida dei computer scientist, e nel loro usare le macchine costruite dai computer scientist.
Lo studio della tipica fuga dall’essere implicita nella computer science: il considerare la macchina come Ersatz, come sostituto dell’umano.
A scopo puramente indicativo del percorso di analisi, e dei suoi esiti, mi limito qui a un lavoro preliminare riguardante il primo punto: i meccanismi di difesa adottati dai computer scientist.
Propongo una analisi dell’abbondante materiale prodotto dai computer scientist: le parole pronunciate in convegni, le risposte a interviste, le presenze in talk show televisivi, gli articoli ed i saggi rivolti al largo pubblico, gli articoli scientifici e le monografie…

Cinque enunciati esemplari
“Le tue parole mi offendono, ledono la mia onorabilità”
È la prima risposta del computer scientist ad una opinione critica ed avversa. Il primo meccanismo di difesa, consistente nell’eludere l’argomento del contendere, nascondendolo dietro pretese intenzioni malevole dell’interlocutore: ‘tu vuoi offendermi, tu non mi rispetti, quindi quello che dici non ha valore’. La forma è usata per evitare di prendere in esame il contenuto.
Più il pensiero turba, più si evita di prenderlo in considerazione. In una chiave di lettura psicologica, la reazione non riguarda l’argomento tecnico o scientifico. La reazione radica nella consapevolezza di sé.
Il soggetto – l’essere umano che sta dietro la patina del ruolo professionale – percepisce l’opinione altrui come un attacco distruttivo al proprio intero valore. Attacco alla propria immagine: io come accademico, esperto, liberato dal ruolo stesso dall’onere del conoscere sé stesso e il mondo, dall’onere del dubbio.
L’Io è fragile. Per ogni essere umano il cammino verso la conoscenza di sé stessi è accidentato. L’incontro con l’altro porta materiale sul quale il soggetto potrebbe lavorare. Ma è un lavoro faticoso. Si preferisce evitare l’auto-riflessione, che richiederebbero una dolorosa ristrutturazione dell’immagine di sé. Meglio dire all’altro: con te non parlo perché mi hai offeso; il mio onore è ferito.
“Questa è la natura umana”
‘Se non sappiamo dove questa tecnologia ci porterà, perché non ci fermiamo?’ Un pesante condizionamento sociale spinge il cittadino a non fidarsi del proprio sentire, e a porre questa domanda all”esperto’, al computer scientist. E lui risponde: ‘So cosa faremo. Non ci fermeremo. Perché questa è la natura umana’.
Il computer scientist evita di accettare domande e di interrogarsi afferrandosi ad una previa posizione egoistica ed utilitaristica. La posizione può essere documentata facendo riferimento ad argomentazioni darwinistiche, positivistiche, utilitaristiche. Ma si tratta di coperture. Da un punto di vista psicologico la spiegazione – dietro l’apparenza logica, filosofica, scientifica – è il tentativo di normalizzare e universalizzare pulsioni che, se accettate ed esaminate come proprie, darebbero adito ad un lacerante conflitto interiore.
L’Io abdica alla sua funzione, dichiarandosi sconfitto da una forza superiore. Il soggetto – che vive intimi dilemmi morali di fronte alle possibili conseguenze della sua ricerca – rimuove il dubbio allontanandosi da sé e cercando l’identificazione in una astratta, disincarnata ‘natura umana’.
“Se questa cosa non l’avessi fatta io, l’avrebbe comunque fatta un altro”
Se – per prendere le distanze dalla responsabilità delle proprie azioni – non basta dire ‘questa è la natura umana’, il computer scientist adotta un contiguo meccanismo di difesa. Dice: ‘se questa cosa non l’avessi fatta io, l’avrebbe fatta comunque qualcun altro’.
L’elusione implicita nel dire: ‘questa è la natura umana’ fa appello ad un supposto valore universale,
ad una pretesa legge scientifica; l’elusione che sta nel dire ‘se questa cosa non l’avessi fatta io, l’avrebbe fatta comunque qualcun altro’ fa invece appello alla speranza che la miseria morale che il computer scientist riconosce in fondo in sé stesso, sia presente anche in altri membri della comunità professionale. Il peso del senso di colpa si allevia forse con il dire: ‘c’è qualcuno più colpevole di me’.
Entrambi i meccanismi – sia il dire ‘questa è la natura umana’, sia il dire ‘se questa cosa non l’avessi fatta io, l’avrebbe fatta comunque qualcun altro’ – sono difese contro l’angoscia depressiva: il soggetto, consapevole di aver danneggiato l’oggetto, per non sentire il dolore del danno arrecato si riveste di un atteggiamento cinico.
“Questa tecnologia è arrivata per restare”
Dove non basa dire: ‘questa è la natura umana’, né dire: ‘se questa cosa non l’avessi fatta io, l’avrebbe fatta comunque qualcun altro’, il computer scientist dice con sollievo: ‘questa tecnologia è arrivata per restare’.
Dove non basta rimuovere la colpa nascondendo la realtà dietro un legge universale, dove non basta scaricarsi della responsabilità colpevolizzando l’altro, il computer scientist ha subito pronto il meccanismo di difesa consistente nell’attribuire la responsabilità alla Tecnica.
Opportuno qui scrivere la parola usando la maiuscola, così come – scelta rivelatrice, alla luce della psicologia – come si è usi scrivere in maiuscolo Intelligenza Artificiale.
Il peso morale delle azioni grava sulle spalle dei soggetti. Pur di scaricare dalle proprie spalle il peso, il soggetto-computer-scientist trasforma l’oggetto – la macchina – in soggetto. Qui si manifesta il primato, se così si può dire, del computer scientist sopra ogni altro scientist e sopra ogni cittadino.
Computer scientist è chi costruisce e governa la macchina detta computer, macchina che permette di eludere la responsabilità delle proprie azioni. Per via della computer science, la stessa azione umana è attribuita alla macchina. La macchina è esatta, vicina alla perfezione, nella misura in cui è in grado di farsi carico della responsabilità dell’agire al posto dell’essere umano.
Il percorso psicologico che si manifesta nel mettere in campo meccanismi di difesa si traduce nell’ultima difesa: sostituire la macchina a sé stessi. Considerare la macchina modello per l’umano. Preferire la macchina a sé stessi.
“Ciò che dico io vale, perché io sono computer scientist, quello che dici tu non vale, perché non sei computer scientist”
‘Le tue parole mi offendono, ledono la mia onorabilità’: sono parole dette da un essere umano in difficoltà. Il meccanismo di difesa consiste nello squalificare ai propri occhi l’interlocutore. Rimosso l’interlocutore, è rimosso il materiale psichico difficile da maneggiare. Si tratta però comunque di un meccanismo di difesa che si fonda sull’accettare accanto a sé l’altro essere umano.
In questa situazione, il soggetto umano cerca sé stesso, soggetti umani si incontrano.
Qui, sia pur di fronte alla depressione, all’angoscia, alla pervasiva sensazione di incompiutezza, l’essere umano ha ancora aperta ogni porta. Su questa soglia la psicologia, la filosofia e la psicologia e ogni altra scienza umana ci accompagnano nel cercare noi stessi.
Quando invece, guidati da computer scientist, si è attraversato il deserto per ritrovarci nel luogo dove la nuova tecnologia è arrivata per restare, si è giunti pericolosamente vicini ad arrendersi a considerare necessari meccanismi di difesa sempre più sofisticati e soffocanti. Potremmo dire: meccanismi di resa.
Abbarbicato al suo primato, che consiste nel costruire sempre più sofisticati meccanismi di difesa da sé stesso, il computer scientist finisce per dire: ‘ciò che dico io vale, perché io sono computer scientist, quello che dici tu non vale, perché non sei computer scientist’.
Più il meccanismo di difesa è sofisticato, più ci si affida ad esso. Più il meccanismo di difesa è sofisticato, più è difficile farne a meno.
Questo, a ben guardare, sembra essere il pericoloso metamessaggio presente nell’abbondantissimo materiale prodotto dai computer scientist: parole pronunciate in convegni, risposte a interviste, presenze in talk show televisivi, articoli ed i saggi rivolti al largo pubblico, gli articoli scientifici, monografie…
Preferire la macchina a sé stesso
L’arte retorica che ho descritto non è priva di una sua sottigliezza. Si può ben capire come una opinione pubblica disorientata, spaventata, angosciata, in cerca di guida, la prenda per buona.
Eppure, va detto che le argomentazioni che ho appena ricordato sono solo l’esito, l’effetto argomentativo di un potere di fatto.
Le parole dette dal computer scientist hanno peso, per lui stesso che le pronuncia e per ogni cittadino costretto ad ascoltarle, perché sono pronunciate da chi governa la macchina, conosce la macchina, o – nascosto dietro una autorità pubblicamente riconosciuta – parla come se conoscesse la macchina.
Il valore delle parole dette dal computer scientist sta nella macchina. Nella macchina di cui parla.
Le parole difensive sopra ricordate vanno intese alla luce della macchina di cui il computer scientist sta parlando.
La storia della disciplina che possiamo chiamare informatica, o computer scientist, ha visto progettare e costruire diversi tipi di macchine.
Basta qui ricordare che negli anni in cui terminava la seconda guerra mondiale, e poi più concretamente negli anni sessanta del secolo scorso nacque e si affermò il progetto del ‘personal computer’, macchina destinata ad accompagnare ogni essere umano nell’allargamento degli spazi di libertà e nell’affermazione di sé. E basta ricordare la fase successiva: la Rete priva di gerarchie e si controlli autoritari, il Web come costruzione collettiva di conoscenza, ed anche come inconscio collettivo, aperto alla reciproca cura. Progetti che non contemplano meccanismi di difesa.
Ma assistiamo oggi invece al prevalere di un ben differente progetto. Le parole pronunciate oggi difendono un certo tipo di macchina che siamo invitati a chiamare ‘intelligenza artificiale’.
Osserviamo dunque un essere umano che si fregia del titolo di scienziato difendere accanitamente il progetto di una macchina – la cosiddetta intelligenza artificiale.
Una macchina pensata per competere, nel suo agire, con il suo stesso progettista, fino a sostituirlo; una macchina progettata in modo da sfuggire, nel suo funzionamento, al controllo del suo stesso progettista.
Possiamo dunque ben chiederci, tramite gli strumenti della psicologia, perché mai un essere umano scelga di perseguire un simile progetto.
Ovviamente, non tutti i computer scientist usano gli argomenti retorici sopra ricordati, e non tutti i computer scientist si dedicano a progetti legati all”intelligenza artificiale’. Ma accade purtroppo che i computer scientist che pur in cuor loro, nel proprio foro interno, non condividono il progetto della cosiddetta ‘intelligenza artificiale’, tendono a colludere con chi sostiene in progetto.
Ecco quindi ciò stiamo osservando: il meccanismo di difesa che traspare attraverso le parole del computer scientist è in fondo la narrazione del senso della macchina, del motivo per cui è stata pensata e costruita la macchina detta ‘intelligenza artificiale’. Il dedicarsi a questo progetto è meccanismo di difesa. La macchina frutto del progetto è meccanismo di difesa. Di fronte all’esigenza pressante di dotarsi di meccanismi di difesa, la cosiddetta l’intelligenza artificiale è il passo che nell’immaginario appare finale, risolutivo.
Alle prese con il senso di impotenza, costruisco la macchina potente. Mi difendo da me stesso costruendo la macchina che può sostituirmi. Forse sostituirmi: il bisogno spinge a contentarsi di una imitazione macchinica dell’essere umano.
Freud coniò l’espressione “meccanismo di difesa” (Abwehrmechanismus), nell’articolo Die Abwehr-Neuropsychosen, 1894. Combina il verbo abwehren:respingere, parare un colpo, con il sostantivo Mechanismus. Freud aveva sotto gli occhi il trionfo del ‘mechanismus’: macchine a vapore, macchine idrauliche, motori elettrici: sistemi tutti che fanno mostra di potenza, funzionano da soli, a prescindere da intervento umano, automaticamente. Portano quindi in se l’illusione di una soluzione senza sforzo, in qualche modo magica.
Ecco quindi il meccanismo di difesa.
L’Io pressato dall’angoscia, cerca di proteggersi da idee o affetti dolorosi, intollerabili. Tenta di ignorare, rimuovere, reprimere, allontanare dalla propria coscienza ciò che turba e inquieta.
Tenta di salvaguardare l’immagine ideale di sé, si sforza di compensare sentimenti di fragilità o insicurezza. Si sforza di allontanare da sé ciò che provoca dolore.
L’intera storia della psicanalisi, o forse anche l’intera storia della psicologia, può essere intesa come tentativo di articolare questa intuizione. Ovvero: come tentativo di spiegare il funzionamento del meccanismo.
Verdrängung, rimozione. Verbo drängen: spingere, fare pressione. Prefisso ver-: allontanamento, cambiamento di stato, azione portata al compimento estremo. Rimozione: fuga verso l’inconsapevolezza. Quando l’Io non riesce a gestire un trauma o un impulso, lo allontana dalla coscienza.
Projektion, proiezione. Spostamento lungo il confine dentro/fuori. Proiettare: spostare verso l’esterno, sul mondo, sugli altri – e oggi: su una macchina – impulsi, desideri, pensieri o sentimenti che appartengono al soggetto, ma che l’Io del soggetto non può coscientemente tollerare o riconoscere come propri – perché portatori di troppa angoscia, o senso di colpa.
Pur di preservare l’immagine che l’Io ha di se stesso, il soggetto accetta di alterare la percezione della realtà. Vede così la macchina pensare, agire, come se fosse umana. In realtà il soggetto accetta di spostarsi fuori da sé. Accetta di intendere sé stesso come macchina.

Reaktionsbildung, formazione reattiva. Alle prese con un impulso inaccettabile – l’odio, l’aggressività, il disprezzo per l’altro – il soggetto lo sostituisce con la simulazione di un atteggiamento che è l’esatto opposto dell’impulso: un’esagerata amorevolezza, un finto moralismo, o una scrupolosità ossessiva. Il punto è che non si cerca una conversione verso più nobili destinazioni delle energie psichiche. È solo un autoinganno. Le energie psichiche restano in realtà segretamente orientate all’impulso originario, e – prive di uno scopo perseguibile – si ritorcono contro il soggetto. Mentre il soggetto si autodistrugge, la macchina simula nobili atteggiamenti.
La scienza stessa può essere intesa come meccanismo di difesa.
Possiamo osservare lo scienziato che vive dietro il muro di carta e di incenso del proprio status privilegiato, ed usa il titolo accademico come simbolo di onnipotenza, vivendo in una sorta di regressione narcisistica. È in gioco qui, appunto, un meccanismo di difesa: l’occultare a sé stessi le proprie insicurezze, il compensarle fantasmaticamente. Ma comunque qui resta presente al centro della scena lo scienziato come soggetto. Il soggetto crea l’oggetto.
La computer science propone un’altra scena. Qui lo scienziato vuole evitare la fatica implicita nel conoscere sé stesso come soggetto. Si dedica al tentativo di fabbricare un universo di ‘oggetti perfetti’. È, in effetti, la scienza del computer, una macchina che funge da sostituto dell’umano. Possiamo in fondo considerare sinonimi ‘intelligenza artificiale’ e ‘computer’, alla luce della lettura dei testi di Alan Turing.
La computer science è dunque la scienza dell’oggetto contrabbandato per soggetto. È la scienza dell’autoannullamento umano: il soggetto sceglie di scomparire lasciando al suo posto l’oggetto.
Ci si protegge dall’angoscia con meccanismi di difesa.
Il computer è una macchina, un meccanismo, un meccanismo di difesa che il computer scientist crea per difendersi dall’angoscia psichica.
Ma è un meccanismo proiettivo. È costruire un oggetto per porlo al posto del soggetto. È una fuga da sé, una rimozione.
O forse più precisamente una formazione reattiva. Creo un simulacro di me stesso – una ‘intelligenza artificiale’.
La psicologia studia come noi umani possiamo, al di là di ogni trauma, di ogni difficoltà, noi umani sappiamo trovare il modo di non soccombere all’angoscia. Invece di elevare meccanismi di difesa, sappiamo cercare riparazione.
Wiedergutmachung. Wieder: di nuovo, ancora. Gut: buono, bene. Machung: l’azione di fare, di produrre. Wiedergutmachung significa letteralmente “il fare di nuovo buono qualcosa”.
La riparazione è il costante tentativo dell’essere umano di restaurare la propria integrità.
La riparazione è sempre, fondamentalmente, riparazione dell’Io: è l’accettazione della propria vulnerabilità; il perenne tentativo di sanare le ferite, di rinascere e far rinascere l’altro dentro di sé.
Curare e riparare il soggetto umano significa accettare in partenza le sue crepe esistenziali, i limiti del pensiero, la debolezza e le imperfezioni del corpo, e di lì insistere nel tentare di conoscere sé stessi e il mondo.
Il computer scientist è l’essere umano che invece di cercare la riparazione, insiste nel costruire meccanismi di difesa. Oppure se vogliamo: è l’esperto, lo scienziato che fornisce ad ogni essere umano il più sofisticato e ‘moderno’ meccanismo di difesa: la macchina destinata ad accompagnare l’umano in ogni istante della vita.
Il computer scientist è l’essere umano che decide di affidarsi alla macchina. Incapace di vivere la propria finitezza e la propria solitudine, e di concepire la relazione con l’altro: l’altro umano, la natura, il mondo, la storia, sceglie di immaginare sé stesso come legato da una originaria relazione con la macchina.
Per il computer scientist senza macchina non c’è umano. La macchina è il meccanismo tramite il quale il computer scientist si difende dal proprio essere umano.
Il computer scientist che progetta e costruisce la macchina che esegue autonomamente il programma, la macchina che si autoregola, la macchina pensante, sta cercando – a nome proprio e a nome di ogni essere umano – un sostituto simbolico alla riparazione del sé.
Si ricorre al costruire e all’affidarsi alla macchina perché il riparare il proprio sé è inteso come lavoro troppo faticoso. Più facile, più apparentemente efficace proiettarsi in un oggetto. L’oggettivazione cercata dal computer scientist nel costruire la macchina che si prende cura di sé stessa è, appunto, il meccanismo di difesa, la scorciatoia magica, il tentativo di evitare il dolore psichico creando un oggetto autonomo, privo di attrito, privo di difetti.
La computer science apre la strada alla via della fuga psicotica nell’artefatto: si fonda sul dichiarare il soggetto umano obsoleto, irrimediabilmente malato e difettoso. Si legittima così l’investimento -affettivo, emotivo, economico, politico, medico – sull’oggetto-computer.
È l’illusione di sopravvivere attraverso la nostra stessa scomparsa, lasciando a testimoniare la nostra esistenza un Ersatz, un surrogato, una imitazione di noi stessi.
Il soggetto, nel tempo in cui la computer science è la prima scienza, la scienza nei confronti della quale ogni altra scienza è debitrice, resta avvinto nella insoddisfazione, toccato dall’angoscia, costretto, nel tentativo di fuggire da sé stesso, a costruire macchine sempre più, in apparenza, simili a lui stesso. Macchine che nonostante l’illusoria similitudine, restano macchine, e che lasciano l’essere umano privo di quella cura che può emergere solo dal compassionevole agire umano.
Poiché l’atto creativo consistente nel progettare e sviluppare macchine è usato come difesa – come rimozione, come proiezione e come formazione reattiva – e non come riparazione, non come cura, l’angoscia originaria non è minimamente toccata. Rimane presente e sempre più pesante.
Ed è per questo che il creatore – il computer scientist – è condannato alla coazione a ripetere: dovrà costruire macchine sempre più grandi, sempre più potenti, in una corsa infinita che non potrà mai colmare il vuoto di senso, di amore, di pace.
Più il computer scientist si occupa della macchina – alimentandola di informazioni, addestrandola ad autosvilupparsi – più il soggetto umano si svuota.
Si svuota la vita, svilita nella comparazione con una imitazione della vita.
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