La diffusione dell’intelligenza artificiale modifica il modo in cui cerchiamo informazioni, costruiamo relazioni e interpretiamo immagini e testimonianze. Nel campo della sessualità, apre possibilità educative, ma crea anche nuove vulnerabilità. La psicologia forense, che applica conoscenze psicologiche a questioni rilevanti per la giustizia, offre strumenti per comprendere queste dinamiche. L’incontro tra psicologia forense, educazione sessuale e IA solleva una domanda comune: come promuovere autonomia, tutelare le persone e valutare responsabilmente le informazioni?
Psicologia forense: rigore, ruoli e testimonianze
La psicologia forense contribuisce alla valutazione delle capacità psicologiche, all’analisi delle testimonianze e alla comprensione degli esiti di esperienze potenzialmente traumatiche. Le linee guida dell’American Psychological Association richiamano la necessità di esplicitare fonti, metodi e limiti delle conclusioni (APA, 2013). Nelle vicende di violenza sessuale, un colloquio, un test o una condotta isolata non possono diventare automaticamente una spiegazione completa dell’accaduto. Il professionista deve considerare e confrontare ipotesi alternative.
Occorre inoltre chiarezza sui ruoli. La relazione di cura e la valutazione destinata a un procedimento hanno finalità differenti, da spiegare alle persone coinvolte. Accogliere una richiesta di aiuto non equivale a certificare un fatto; valutare una testimonianza non autorizza a ignorare il bisogno di protezione. Il sostegno alla persona e l’esame rigoroso delle informazioni possono procedere insieme, attraverso professionisti competenti.
Quando sono coinvolti minori, conta la qualità delle domande. La rassegna di Lamb e colleghi (2007) sul protocollo NICHD documenta i vantaggi di interviste strutturate che privilegiano inviti aperti e racconto libero. Domande che incorporano una risposta attesa rischiano di influenzare quanto viene riferito. Per la scuola, occorre predisporre percorsi di ascolto e invio a figure competenti. Un’attività educativa può fornire parole per descrivere confini e disagio, ma non dovrebbe sollecitare rivelazioni pubbliche o ripetute ricostruzioni di eventi personali.
Educazione sessuale: diritti, consenso e prevenzione
L’educazione sessuale supera la sola trasmissione di informazioni biologiche. Le indicazioni dell’UNESCO (2018) la collocano entro un quadro di diritti, uguaglianza di genere e benessere, attraverso apprendimenti strutturati e adeguati all’età. Per i più piccoli, ciò significa riconoscere confini corporei, esprimere bisogni e individuare adulti affidabili; per gli adolescenti, comprendere anche contraccezione, pressioni sociali e responsabilità nelle relazioni. Corpo, emozioni e salute diventano parti di un percorso volto a sviluppare competenze per decisioni informate.
Il consenso costituisce un tema educativo essenziale. Va presentato come una scelta libera, specifica e revocabile, che richiede attenzione alla comunicazione e alle condizioni della relazione. Silenzio, paura o dipendenza non dovrebbero essere interpretati come disponibilità. Sono utili situazioni quotidiane: rispettare il rifiuto di un contatto, chiedere prima di condividere una fotografia, accettare che una persona cambi idea. Queste competenze non sostituiscono la valutazione giuridica dei singoli casi, ma costruiscono un linguaggio comune per riconoscere pressioni e rispettare la volontà altrui.
La prevenzione richiede di affrontare le disuguaglianze. Haberland (2015), in una rassegna di programmi di educazione sessuale e prevenzione dell’HIV, rileva un’associazione tra l’inclusione dei temi di genere e potere e migliori esiti di salute sessuale, tra cui la prevenzione delle infezioni sessualmente trasmesse e delle gravidanze non pianificate. Il risultato non dimostra, da solo, una riduzione della violenza sessuale in qualsiasi contesto. Suggerisce tuttavia l’utilità di discutere stereotipi, controllo e dipendenza, interrogando l’idea che gelosia, insistenza o possesso siano prove di affetto.
L’IA nell’educazione: opportunità, limiti e privacy

L’IA può entrare nel percorso come supporto alla preparazione di materiali: adattare il lessico, predisporre esempi o formulare domande da discutere con un docente. Si tratta di proposte applicative, non di benefici dimostrati nell’educazione sessuale. Miao e Holmes (2023) raccomandano un approccio centrato sulle persone, attento all’età, alla riservatezza e alla validazione pedagogica. Prima dell’impiego occorre chiarire obiettivi e contenuti: l’accessibilità di uno strumento non ne garantisce l’adeguatezza per studenti e contesti differenti.
Un chatbot potrebbe facilitare domande percepite come imbarazzanti. La sua apparente discrezione, però, non coincide con la riservatezza dei dati. Una risposta fluida può contenere errori o riferimenti inventati. Il profilo NIST sull’IA generativa include tra i rischi informazioni false presentate con sicurezza, rischi per la privacy e distorsioni (Autio et al., 2024). L’impiego educativo richiede fonti verificabili, revisione professionale e indicazioni comprensibili su come rivolgersi a una persona competente quando la domanda supera le funzioni dello strumento.
Deepfake e contenuti intimi: proteggere le persone
L’IA comporta anche rischi da affrontare nell’educazione sessuale. Immagini sintetiche e deepfake possono associare un volto a contenuti intimi senza consenso. UNICEF (2026) richiama le minacce di queste tecnologie per la protezione dei minori. La natura artificiale dell’immagine non annulla la violazione della dignità. L’alfabetizzazione digitale dovrebbe distinguere autenticità e autorizzazione: un contenuto falso può comunque diventare strumento di umiliazione o ricatto.
Si consideri una studentessa il cui volto venga inserito in un’immagine sessualizzata, poi condivisa tra compagni. In questo esempio ipotetico, la risposta educativa dovrebbe affrontare le condotte di chi produce o diffonde il contenuto, evitando di attribuire alla ragazza la responsabilità per una fotografia ordinaria pubblicata prima. Sostegno psicologico, gestione scolastica ed eventuale accertamento richiedono interlocutori competenti. Esporre pubblicamente la persona rischierebbe di amplificare la violazione; si può invece lavorare su scenari anonimi e richiesta di aiuto.
L’IA nella pratica forense: verifiche e responsabilità
In ambito forense, l’IA deve essere valutata per compiti circoscritti. Trascrivere colloqui o organizzare documenti può essere utile, ma omissioni e sintesi inesatte possono modificarne il significato. Si propone di conservare le fonti originali, verificare i risultati e documentare il contributo del sistema. Più delicato è attribuire credibilità o stimare comportamenti futuri: una correlazione statistica non prova, da sola, un nesso causale né permette di ricostruire un evento individuale. La supervisione deve permettere concretamente di contestare e correggere il risultato.
Dressel e Farid (2018) mostrano che, nelle condizioni esaminate, il sistema COMPAS non risultava più accurato né più equo delle previsioni formulate da persone con scarsa o nessuna esperienza nel campo della giustizia penale. Lo studio riguarda la previsione della recidiva: non autorizza conclusioni su ogni applicazione dell’IA, sulla credibilità delle vittime o sulla recidiva sessuale in particolare. Richiede confronti empirici, anziché presumere superiorità tecnologica. Occorre chiedersi quali dati siano stati usati, quale esito venga previsto e quanto la popolazione studiata assomigli a quella interessata.
Una collaborazione tra scuola, famiglie e professionisti
Il raccordo tra i tre ambiti può tradursi in un progetto interdisciplinare su corpo e relazioni, consenso, analisi dei contenuti digitali e servizi di aiuto. Psicologi, insegnanti e professionisti della salute possono offrire competenze complementari, coinvolgendo le famiglie e chiarendo loro gli obiettivi. L’IA dovrebbe avere una funzione definita e valutabile. Nessuno studente dovrebbe essere obbligato a raccontare esperienze intime, né la personalizzazione didattica dovrebbe richiedere una raccolta sistematica di informazioni sulla sua vita sessuale.

La valutazione dovrebbe verificare apprendimenti concreti: riconoscere pressioni, rispettare un rifiuto, controllare una fonte e sapere a chi chiedere aiuto. Miglioramenti nelle conoscenze non provano automaticamente una riduzione degli abusi. Servono ricerche adeguate, attenzione agli effetti indesiderati e tutela della riservatezza. Il contributo comune dei tre ambiti può favorire ambienti in cui le persone comprendano i propri diritti e siano ascoltate con competenza. Questa possibilità dipende dalla qualità delle relazioni e delle procedure, oltre che dalle capacità degli strumenti.
Riferimenti bibliografici
American Psychological Association. (2013). Specialty guidelines for forensic psychology. American Psychologist, 68(1), 7–19. https://doi.org/10.1037/a0029889
Autio, C., Schwartz, R., Dunietz, J., Jain, S., Stanley, M., Tabassi, E., Hall, P., & Roberts, K. (2024). Artificial Intelligence Risk Management Framework: Generative Artificial Intelligence Profile. NIST AI 600-1. https://doi.org/10.6028/NIST.AI.600-1
Dressel, J., & Farid, H. (2018). The accuracy, fairness, and limits of predicting recidivism. Science Advances, 4(1), eaao5580. https://doi.org/10.1126/sciadv.aao5580
Haberland, N. A. (2015). The case for addressing gender and power in sexuality and HIV education: A comprehensive review of evaluation studies. International Perspectives on Sexual and Reproductive Health, 41(1), 31–42. https://doi.org/10.1363/4103115
Lamb, M. E., Orbach, Y., Hershkowitz, I., Esplin, P. W., & Horowitz, D. (2007). A structured forensic interview protocol improves the quality and informativeness of investigative interviews with children: A review of research using the NICHD Investigative Interview Protocol. Child Abuse & Neglect, 31(11–12), 1201–1231. https://doi.org/10.1016/j.chiabu.2007.03.021
Miao, F., & Holmes, W. (2023). Guidance for generative AI in education and research. UNESCO. https://www.unesco.org/en/articles/guidance-generative-ai-education-and-research
UNESCO, UNAIDS, UNFPA, UNICEF, UN Women, & WHO. (2018). International technical guidance on sexuality education: An evidence-informed approach. Revised edition. UNESCO.
UNICEF. (2026). Artificial Intelligence and Child Sexual Abuse and Exploitation. Issue brief, February 2026. https://www.unicef.org/reports/artificial-intelligence-and-child-sexual-abuse-and-exploitation
Immagini generate tramite ChatGPT. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (2026).

