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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

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CoscienzIA: l’obiezione morale al tempo dell’automazione

Obiezione di coscienza

Il libro Preferirei di no. Fuori la guerra dalla storia, di Pietro Polito, rappresenta un contributo fondamentale alla memoria e alla comprensione dell’obiezione di coscienza in Italia. Ma è anche un richiamo all’attualità di quella esperienza in un contesto radicalmente nuovo: un tempo in cui la responsabilità dell’essere umano rischia di dissolversi nella delega all’automatismo tecnico.

Con chiarezza e profondità, Polito ricostruisce una storia morale e civile durata più di cinquant’anni: dalle prime forme di obiezione negli anni del fascismo — come quella solitaria e filosofica di Claudio Baglietto — al riconoscimento giuridico dell’obiezione al servizio militare nel 1972, fino alla legge 226 del 2004 che ha abolito la leva obbligatoria. In questo lungo arco di tempo, l’obiezione di coscienza si è trasformata da atto individuale e testimoniale a forma di consapevolezza collettiva e civile.

La forza della disobbedienza civile

Secondo Polito, l’obiezione di coscienza è una “scelta di verità”, che non va confusa con un capriccio soggettivo. È un rifiuto motivato da principi morali, religiosi o filosofici che, in determinate circostanze, prevalgono sull’obbedienza alla legge. Come scrive Ada Gobetti, citata nel libro, accanto ai valori della giusta obbedienza, è necessario educare anche a quelli della disobbedienza: non per disgregare, ma per salvaguardare la dignità della coscienza.

Nel caso dell’obiezione al servizio militare, il contrasto è fra l’obbligo legale di impugnare le armi e il principio morale fondamentale “non uccidere”. Polito mostra come, anche grazie all’art. 11 della Costituzione italiana — “L’Italia ripudia la guerra” — sia stato possibile tradurre questo dovere morale in un diritto giuridico, attraverso la legge 772/1972 che ha istituito il servizio civile sostitutivo.

Ma il percorso è stato tutt’altro che semplice. Il libro ricorda episodi esemplari di obiezione come quello di Pietro Pinna nel 1949, il primo a rivendicare esplicitamente la nonviolenza come fondamento della propria scelta. Seguono le storie di tanti altri obiettori: Elevoine Santi, Mario Barbani, Giuseppe Gozzini, Fabrizio Fabbrini, e figure come don Lorenzo Milani, che pagarono con la condanna penale o con la marginalizzazione ecclesiale il prezzo della loro coerenza.

Nonviolenza come cultura politica

Il punto di vista di Polito è chiaramente radicato nella lezione di Aldo Capitini, il filosofo della nonviolenza che introdusse in Italia la dimensione profetica e politica dell’obiezione. Per Capitini, come mostra Polito, l’obiezione di coscienza è la forma più chiara e coerente del rifiuto della guerra. Essa nasce da una “noncollaborazione” con ogni forma di violenza: un gesto personale che ha valore collettivo.

Il libro documenta il passaggio da un’obiezione religiosa (come quella dei testimoni di Geova) a una motivazione laica, politica, sociale. Si tratta di un’evoluzione importante: l’obiezione non è più solo un’espressione di fede, ma un diritto civile e un atto di responsabilità verso la collettività.

Capitini parlava di “atto di gettare qualcosa contro”: è la coscienza stessa che si oppone all’ordine legale, quando quest’ultimo entra in contrasto con una più alta legge morale. Per questo, l’obiettore è anche un educatore: non rifiuta per sé, ma apre una possibilità per tutti. Il libro raccoglie e valorizza le voci di questo lungo cammino, incluse quelle politiche — come Umberto Terracini, Alessandro Galante Garrone e Franco Antonicelli — che, pur provenendo da tradizioni ideologiche diverse, riconobbero il valore universale di questo gesto.

La nuova frontiera dell’obiezione: contro tutte le armi

Oggi, con la fine del servizio militare obbligatorio, l’obiezione di coscienza non ha perso significato. Al contrario, come scrive Luigi Ferrajoli nella prefazione, dovrebbe allargarsi a un “rifiuto morale contro tutte le armi”: dalle armi nucleari alle armi da fuoco, fino a ogni forma di produzione e commercio bellico. L’obiezione deve diventare un principio attivo, esercitato anche nelle fabbriche, nei mercati, nelle istituzioni.

Polito richiama l’urgenza di questa prospettiva: la pace non può essere garantita solo da trattati, ma richiede un cambiamento profondo della cultura e dei comportamenti. Disobbedire alla produzione di armi, alle logiche belliche, all’ideologia del nemico è oggi un compito politico e morale imprescindibile.

L’obiezione di coscienza — sostiene Polito — ha sempre una portata pubblica. Non è isolamento, ma apertura. È esercizio della libertà, ma anche costruzione di alternative. Non basta dire no: occorre costruire il sì di un’altra civiltà.

Obiettare oggi: la coscienza nell’epoca dell’automazione

È proprio in questa prospettiva che il messaggio del libro si estende al nostro presente. In un’epoca in cui decisioni fondamentali vengono delegate ad automatismi — economici, politici, tecnologici — il rischio maggiore è che venga disattivata la coscienza critica. Qui l’analogia con l’intelligenza artificiale diventa illuminante.

L’IA può eseguire, calcolare, selezionare, ma non può obiettare. Non conosce la disobbedienza morale. L’essere umano, al contrario, è tale nella misura in cui conserva la facoltà di dire “no” anche a ciò che è legale o efficace, quando esso appare inaccettabile sul piano etico.

Delegare la responsabilità decisionale a sistemi automatici — nei tribunali, nella guerra, nella sorveglianza — significa ridurre l’umano a funzione. È in questo senso che l’obiezione, oggi, assume un significato nuovo: non solo rifiuto della guerra, ma rifiuto della deresponsabilizzazione.

Polito non scrive esplicitamente di intelligenza artificiale, ma la sua riflessione sulla coscienza e sulla responsabilità è pienamente attuale: ci invita a non delegare il giudizio, a non assuefarci all’efficienza come unico criterio, a non sostituire la scelta con l’automatismo.

Una pedagogia della disobbedienza

Il libro si chiude con una dedica ai giovani e alle giovani del futuro, a coloro che scelgono il servizio civile “per uno spirito di umanità, di solidarietà e di pace”. È un atto di speranza, ma anche un compito educativo: occorre coltivare una cultura della responsabilità, formare coscienze libere e vigilanti.

Non si tratta solo di insegnare la nonviolenza come contenuto, ma di praticarla come metodo. L’obiezione non è un gesto eccezionale: è la forma minima della libertà, quella che ciascuno può esercitare nei momenti decisivi della vita. Dire “preferirei di no”, come nella celebre formula di Bartleby, è l’inizio di un pensiero critico, di un’autonomia che resiste alla forza cieca dell’obbedienza.

In questo senso, scrive Polito:

“le ragioni dell’obiezione di coscienza mantengono intatte la loro vitalità e attualità: dal punto di vista di un nuovo Illuminismo, consapevole dei limiti e anche dei soprusi della ragione, l’obiezione di coscienza è un rinnovato appello alla ragione e un’affermazione del valore perenne della dignità della coscienza individuale; dal punto di vista di un’idea della democrazia intesa come un processo di ridefinizione permanente, è contrasto alla dittatura e apertura all’omnicrazia (potere di tutti); dal punto di vista del pacifismo, s’intende un pacifismo critico, né moralistico né ideologico, è rifiuto della rassegnazione e non accettazione che la guerra sia ineluttabile” (p. 32).

Questa visione amplia ulteriormente il significato dell’obiezione: non solo opposizione a un dovere militare, ma resistenza consapevole a ogni forma di fatalismo e alla delega di potere che svuota la cittadinanza. L’obiezione, così intesa, diventa una postura politica e spirituale, capace di attraversare epoche diverse conservando intatto il suo nucleo: la difesa attiva della coscienza individuale come fondamento della libertà e della pace.

Polito ne parla anche in termini vissuti, rievocando l’impegno giovanile nei primi anni Ottanta:

“Ricordo quel periodo come uno dei più belli della mia vita… Accanto al lavoro di assistenza ‘sindacale’ ai giovani obiettori, la nostra occupazione principale era la preparazione del giornale. […] L’espressione più ricorrente nel nostro linguaggio era: ‘prendere coscienza’. Anzi coscientizzare. Un brutto neologismo che credo non sia entrato nei dizionari della lingua italiana. Poiché la pace si costruisce ‘contribuendo ognuno per quel che ci riguarda; prendendo coscienza e assumendo responsabilità’, credevamo che, ‘coscientizzando’ noi stessi, avremmo ‘coscientizzato’ gli altri” (p. 86).

Quelle riunioni “in cantina”, come le chiama Polito, erano animate da una tensione verso la coerenza, da un senso critico acceso e da un forte desiderio di rifondazione etica e politica. Quel tempo, così intensamente vissuto, sembra oggi lontanissimo: la parola coscientizzazione si è smarrita, soppiantata da automatismi algoritmici che ci sollevano dalla fatica del comprendere. Dove prima si esercitava il confronto, oggi si tende ad abdicare alla macchina.

In questa distanza temporale e culturale si rivela tutta l’attualità del suo messaggio: non possiamo permetterci di perdere la coscienza come facoltà critica e come responsabilità civile. Senza coscientizzazione, c’è solo automatizzazione.

Conclusione

Preferirei di no. Fuori la guerra dalla storia è un libro che parla del passato per interpellare il presente. Pietro Polito ci restituisce le parole, i volti, le idee di una tradizione morale e civile che ha fatto dell’obiezione non un ritiro, ma un atto di cittadinanza.

In un tempo in cui l’intelligenza umana rischia di dissolversi nell’automatismo, l’obiezione torna a essere essenziale: non solo come diritto, ma come presidio della dignità. È ciò che nessun algoritmo potrà mai simulare: la coscienza che sa dire no, e nel farlo, apre alla possibilità del giusto.

Immagine generata tramite ChatGPT. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (2025).

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