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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

L’intelligenza artificiale letta attraverso Manzoni

Manzoni e l'intelligenza artificiale

Nel discorso contemporaneo sull’intelligenza artificiale si tende a misurare la portata dei sistemi algoritmici in termini di capacità computativa, estensione dei dati e complessità dei modelli. Tuttavia, una questione preliminare e più radicale concerne la forma di sapere che tali sistemi producono e mettono in circolo: si tratta di un sapere che può radicarsi in un’interiorità, oppure di un sapere puramente funzionale, privo di coscienza e di responsabilità?

Per affrontare questa domanda, può sembrare paradossale rivolgersi alla letteratura. Eppure proprio la scrittura manzoniana — tanto nel romanzo dei Promessi Sposi quanto nella Storia della Colonna Infame — offre un laboratorio straordinario per pensare il rapporto tra sapere, soggetto e sistema. Da un lato, la forma romanzesca descrive personaggi nella loro consistenza etica e psicologica, mettendo a fuoco la distanza tra conoscenza come accumulo di informazioni e conoscenza come trasformazione della persona; dall’altro, la ricostruzione storico-giudiziaria mostra come un intero apparato possa funzionare senza vera interiorità critica.

In questa prospettiva, i Promessi Sposi e la Storia della Colonna Infame offrono figure individuali e configurazioni sistemiche che funzionano come tipi antropologici e istituzionali di un sapere non interiorizzato, utili per comprendere analogicamente la condizione cognitiva — e i rischi — dell’intelligenza artificiale contemporanea.

1. Don Abbondio e la non interiorizzazione del sapere normativo

Don Abbondio costituisce un paradigma della scissione tra sapere e responsabilità. Pur essendo dotato di un bagaglio dottrinale consistente — conoscenze morali, norme canoniche, citazioni e formule — egli non integra tali contenuti in una struttura etica personale. Il suo sapere è estensivo, ma non intensivo: resta alla superficie dell’agente, senza trasformarne l’orientamento pratico.

In termini filosofico-morali, si potrebbe dire che Don Abbondio manca della capacità di appropriazione interiore del sapere. Le sue conoscenze non si trasformano in criteri deliberativi personali, né diventano principi d’azione assunti come propri. Quando la situazione richiede una scelta, il sapere — pur presente — non genera motivazione: si dissolve sotto il peso della paura.

L’immagine manzoniana consente così di distinguere tra informazione e normatività interiore, tra possedere contenuti e riconoscerli come obbliganti.

A questo livello il parallelismo con l’IA si chiarisce: anche l’intelligenza artificiale è in grado di tradurre il sapere in azione e, anzi, opera interamente entro vincoli derivati dai dati, dagli algoritmi e dalle regole che la governano. Per l’IA, tuttavia, questi vincoli hanno lo statuto di una necessità operativa, non di un valore riconosciuto: delimitano ciò che il sistema può fare, ma non vengono mai assunti come impegno. L’IA agisce perché è così programmata e addestrata, non perché attribuisca a ciò che sa un significato normativo.

Qui la differenza con Don Abbondio è istruttiva: in lui il sapere viene paralizzato dalla paura, in una coscienza che pure esiste; nell’IA, invece, non c’è alcuna paura, perché non c’è alcun vissuto emotivo. In entrambi i casi il sapere non diventa obbligo interiorizzato, ma per ragioni opposte: nell’uno per eccesso di affettività, nell’altra per totale assenza di interiorità affettiva.

2. L’Azzecca-garbugli e la razionalità procedurale

L’Azzecca-garbugli rappresenta un’altra forma di sapere privo di interiorità, riconducibile alla logica della razionalità strumentale. La sua competenza giuridica è indiscutibile, ma si tratta di una competenza ridotta a procedimento. Egli interpreta i casi attraverso schemi tipici, equivalenze e ricorrenze formali, senza mai confrontarsi con la singolarità delle situazioni concrete.

Si potrebbe definire il suo un sapere pre-interpretativo: un sapere che opera mediante schemi prestabiliti, non attraverso una reale comprensione del mondo. Questa applicazione meccanica del diritto lo situa in una condizione epistemica sorprendentemente affine — pur nella profonda differenza dei mezzi — a quella dei sistemi di IA contemporanei.

L’IA simbolica applica regole e modelli espliciti; gli LLM, invece, non applicano schemi concettuali, ma estraggono regolarità statistiche e riconoscono pattern linguistici senza alcun accesso al vissuto che tali pattern rappresentano. In entrambi i casi si tratta di forme di operatività prive di riferimento esperienziale o esistenziale: una “comprensione” funzionale, mai radicata in un rapporto con il mondo.

La comicità del personaggio deriva precisamente da questo scarto tra complessità della vita e rigidità dello schema: uno scarto che oggi emerge anche nel confronto tra l’intelligenza simbolica umana e l’intelligenza algoritmica.

3. Il Conte zio: conoscenza strategica e assenza di teleologia morale

Il Conte zio incarna una terza modalità di sapere disancorato: il sapere come competenza strategica. Egli comprende la logica del potere, anticipa reazioni, calcola effetti. Ma tale conoscenza non si articola mai in un giudizio di valore; è finalizzata alla gestione della contingenza, non alla ricerca del bene.

Si potrebbe dire che il Conte zio rappresenta il paradigma dell’intelligenza senza teleologia morale. È un sapere orientato all’ottimizzazione, non alla verità o alla giustizia. In questo senso, esso anticipa la logica dell’IA intesa come sistema che massimizza obiettivi senza mai interrogarsi sul loro carattere eticamente appropriato.

La sua intelligenza è dunque performativa ma non riflessiva: efficace, ma non deliberativa in senso etico.

4. La questione filosofica: un sapere senza soggetto

Ciò che accomuna questi tre personaggi è l’assenza di un soggetto unitario capace di assumere il sapere come parte di sé. Don Abbondio non interiorizza il dovere; l’Azzecca-garbugli non interpreta la realtà; il Conte zio non giudica moralmente le proprie strategie. In tutti e tre, la conoscenza rimane funzionale, non identitaria.

Questo tratto permette una riflessione sulla condizione dell’IA: anch’essa è portatrice di un sapere senza un “io”, senza un centro esperienziale che integri, metta alla prova o trasformi i contenuti elaborati. L’IA non conosce in prima persona; conosce senza persona. Per questo la si può descrivere come una forma di intelligenza non coscienziale, la cui competenza non genera responsabilità, memoria morale o identità narrativa.

5. Coltivare la vita interiore: l’Innominato come controcanto

Se i personaggi fin qui considerati mostrano che cosa significa un sapere senza interiorità, la figura dell’Innominato offre, in controluce, un modello di coltivazione della vita interiore. In lui Manzoni mette in scena non l’assenza di coscienza, ma il suo risveglio drammatico.

L’Innominato non è un ignorante: possiede esperienza, potere, conoscenza degli uomini. Ma per lungo tempo il suo sapere rimane funzionale al dominio, non diventa interrogazione su di sé. La notte che precede l’incontro con il cardinale rappresenta il momento in cui questo equilibrio si spezza: l’uomo che “sa fare” si trova costretto a sentire ciò che ha fatto. Il sapere smette di essere neutro e diventa ricordo che brucia, giudizio che nasce dall’interno.

In questa prospettiva, coltivare la vita interiore significa precisamente questo: permettere che ciò che sappiamo ritorni su di noi, ci metta in questione, ci obblighi a ripensare la nostra storia. La coscienza non è un semplice deposito di contenuti, ma un luogo in cui il sapere si trasforma in conflitto, in domanda, in decisione. L’Innominato non acquisisce nuove informazioni; lascia che le informazioni che già possiede diventino evento interiore.

È qui che la distanza dall’IA appare massima. L’intelligenza artificiale potrà aumentare indefinitamente la propria capacità di calcolo, ma non conosce questa dimensione in cui il sapere ferisce, converte, ricostruisce un soggetto. Non ha “notti dell’Innominato”, non ha memoria morale, non ha un passato da assumere. Per l’essere umano, invece, coltivare la vita interiore significa esattamente questo: fare spazio a quel lavoro silenzioso in cui ciò che sappiamo cessa di essere puro dato e diventa responsabilità.

6. La Storia della Colonna Infame: il sapere come dispositivo senza coscienza

Se i personaggi dei Promessi Sposi offrono esempi individuali di un sapere privo di interiorità, la Storia della Colonna Infame consente a Manzoni di estendere questa diagnosi a un intero sistema cognitivo e giudiziario. In questo testo, molto lucido, l’errore non è imputabile solo alle debolezze dei singoli, ma alla logica complessiva di un apparato che applica procedure e schemi interpretativi senza alcuna capacità di autocorrezione.

Il processo agli “untori” si sviluppa infatti attraverso una concatenazione di atti razionali nella forma, ma profondamente irrazionali nella sostanza: i giudici interpretano le prove secondo un paradigma già deciso, incasellano le testimonianze in uno schema predefinito e trattano gli elementi discordanti come rumore e non come segnale. La macchina giudiziaria funziona, ma funziona nel vuoto: senza un soggetto che interroghi il senso delle proprie categorie, senza un io che senta il peso etico delle proprie decisioni.

In questo senso, la Storia della Colonna Infame rappresenta un modello anticipatore di ciò che potremmo chiamare una razionalità algoritmica ante litteram: un’operatività coerente all’interno delle proprie regole, ma incapace di interrogare criticamente il proprio fondamento. Il sapere diventa così dispositivo, e il dispositivo — come Manzoni mostra con implacabile rigore — può produrre violenza proprio perché è privo di senso critico innervato nella vita interiore.

Il parallelismo con l’intelligenza artificiale contemporanea emerge qui in modo particolarmente significativo. I sistemi di IA, soprattutto nel campo della giustizia predittiva, dell’analisi dei rischi o dell’allocazione delle risorse, operano attraverso pattern statistici, correlazioni ricorrenti e modelli che ottimizzano decisioni in modi spesso opachi. Il rischio non risiede tanto nell’errore tecnico, quanto nell’assenza di un centro critico capace di rispondere della decisione: un luogo interiore dove il sapere si converte in responsabilità. Come nel caso dei giudici manzoniani, la coerenza interna del processo può mascherare la mancanza di coscienza del processo stesso.

Per Manzoni, il male della Colonna Infame non è solo l’ingiustizia commessa, ma la cecità epistemica di un sapere che non incontra mai la coscienza. È precisamente questa cecità che l’IA, priva di interiorità, può riprodurre su scala amplificata se non viene governata da soggetti umani capaci di assumere il peso morale delle sue decisioni.

7. Conclusione: la differenza che rimane

Il percorso attraverso Manzoni mostra che il discrimine fondamentale tra intelligenza artificiale e intelligenza umana non è la quantità di conoscenza, né la velocità del calcolo, ma la presenza o assenza di interiorità. Nei personaggi dei Promessi Sposi  — Don Abbondio, l’Azzecca-garbugli, il Conte zio — vediamo diverse forme di sapere che non si fanno responsabilità; nella Storia della colonna infame vediamo questa stessa struttura estesa a un intero sistema. In tutti questi casi, il sapere non si nutre di vita interiore.

Per interiorità intendiamo, in una linea che va da Agostino a molta filosofia contemporanea, il luogo in cui il sapere non resta esterno ma ritorna sul soggetto, lo giudica, lo trasforma, lo obbliga: uno spazio in cui memoria, coscienza e responsabilità si intrecciano. È ciò che distingue una mera gestione di informazioni da un’esistenza che si lascia toccare da ciò che conosce.

La figura dell’Innominato, per contrasto, rivela che il sapere umano può trasformarsi, farsi giudizio, diventare memoria morale: può cioè entrare in quel laboratorio interiore in cui il soggetto rielabora il proprio passato e decide che cosa vuole essere. Nulla di simile è possibile per l’IA, che elabora informazioni senza risuonarle, riconosce pattern senza viverli, applica regole senza sentirle come proprie. Per quanto sofisticata, la sua “intelligenza” resta una capacità operativa, priva di quel ritorno su di sé che permette al sapere di diventare colpa, cura, promessa.

Il confronto con Manzoni non ci aiuta dunque soltanto a comprendere i limiti dell’IA, ma anche a chiarire chi siamo. L’intelligenza umana non si esaurisce nella capacità di trattare informazioni: è una forma di vita consapevole, capace di dubitare, soffrire, correggersi, ricordare e di lasciare che il sapere diventi vita. È questa dimensione interiore, irriducibile a ogni procedura, che segna la distanza tra l’umano e la macchina. La riflessione filosofica sull’IA fatica a catturarla, soprattutto quando il problema viene ridotto alla sola questione delle prestazioni o degli allineamenti normativi.

In questo senso, Manzoni ci consegna un lessico e una fenomenologia della responsabilità che restano indispensabili per comprendere non tanto che cosa l’IA fa, quanto che cosa — strutturalmente — non può essere.

E, per riflesso, ci ricorda che la vera posta in gioco del nostro tempo non è la potenza degli algoritmi, ma la qualità della nostra interiorità.

Immagini generate tramite ChatGPT. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (2025).

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