Dietro ogni algoritmo, ogni piattaforma e ogni promessa di automazione si nasconde una precisa scelta di potere. È la tesi di Jathan Sadowski, ricercatore e autore di “The Mechanic and the Luddite”, che nel volume analizza il tecnocapitalismo come sistema in cui tecnologia e capitale si rafforzano a vicenda, relegando la maggioranza delle persone a un ruolo passivo. Le tecnologie funzionano come una legislazione silenziosa: definiscono regole, stabiliscono diritti e modellano gli ambienti fisici attorno alle proprie esigenze, dai magazzini automatizzati alle strade progettate per veicoli a guida autonoma.
Al centro della critica c’è il ruolo dei venture capitalist, che orientano l’innovazione in base ai propri portafogli e allineano il progresso a obiettivi di profitto. Sadowski chiama questo meccanismo “realismo dell’innovazione”: il venture capital appare come l’unica via praticabile, anche quando le scommesse falliscono. A questo si aggiunge l’AI Potemkin, termine coniato dall’autore per sistemi di intelligenza artificiale che celano lavoro umano mal retribuito dietro una facciata tecnologica. Caso emblematico: Builder.AI, valutata 1,5 miliardi di dollari, il cui sistema era alimentato da ingegneri istruiti a fingersi macchine.
Sul fronte dei dati, Sadowski respinge la metafora del “dato come nuovo petrolio”, i dati sono manufatti, non risorse naturali, costruiti da chi possiede gli strumenti per estrarli e capitalizzarli. Le grandi acquisizioni, da WhatsApp a LinkedIn, sono prima di tutto fusioni di dati. La risposta al tecnocapitalismo, per l’autore, passa dalla doppia postura del meccanico, che capisce come funziona un sistema, e del luddista, che sa perché è stato costruito e quando andrebbe smantellato.
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Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (11/05/2026).

