Dispositivi indossabili
Negli ultimi dieci anni l’uso dei dispositivi indossabili per il monitoraggio della salute ha visto una diffusione sempre più ampia. Si tratta di tecnologie progettate per essere indossate o applicate al corpo, come braccialetti, fasce, magliette o calzini, capaci di raccogliere dati fisiologici in tempo reale.
Alcuni dei più comuni, come i fitness tracker o gli smartwatch, hanno integrato nella vita di tutti i giorni, insieme alla gestione delle chiamate e delle mail, anche il monitoraggio continuo del battito cardiaco, della temperatura corporea o della qualità del sonno. Questi dispositivi vengono ormai impiegati in diversi ambiti, come quello scolastico, lavorativo o militare, ma la loro principale applicazione è nel settore sanitario.
Un futuro migliore in sanità
L’utilizzo dei dispositivi indossabili viene presentato come potenzialmente rivoluzionario in medicina. Questi strumenti consentono di rilevare in modo continuo vari parametri fisiologici – come il battito cardiaco, la frequenza respiratoria, la temperatura corporea o i segnali elettrici cerebrali – trasmettendoli in tempo reale ai pazienti e al personale sanitario. Attraverso l’utilizzo dell’intelligenza artificiale (IA) i dati raccolti con questi dispositivi possono essere usati per individuare pattern e anomalie. Ad esempio, l’IA può essere impiegata per identificare irregolarità del ritmo cardiaco (come la fibrillazione atriale) prima che il paziente manifesti sintomi evidenti, oppure per rilevare il rischio di cadute sulla base dell’analisi dei movimenti e dell’equilibrio nelle persone anziane. Inoltre, l’utilizzo dell’IA permette di generare previsioni basate sul profilo del paziente, favorendo una medicina preventiva e personalizzata.
Tra i vantaggi attesi di queste tecnologie troviamo anche l’empowerment (potenziamento) dei pazienti, i quali possono essere resi più autonomi e consapevoli dall’accesso diretto ai propri dati e la possibilità di ampliare la copertura dell’assistenza sanitaria riducendone i costi. Questi dispositivi, infatti, consentono di monitorare i pazienti da qualsiasi luogo a costi inferiori rispetto al ricovero ospedaliero e di raggiungere le soggettività più vulnerabili, come i pazienti anziani nelle loro case e le popolazioni nelle aree rurali.
Tuttavia, queste promesse possono generare cortocircuiti, di cui è fondamentale essere consapevoli per orientare l’innovazione al reale miglioramento della vita delle persone.

Utilizzo o delega all’IA?
Se l’adozione dei dispositivi indossabili e dell’IA può offrire un supporto prezioso alla pratica clinica, essa comporta anche dei rischi. Usati in modo acritico, questi strumenti possono indurre i professionisti sanitari ad affidarsi esclusivamente agli algoritmi, riducendo il corpo, la malattia e la soggettività a un insieme di dati. In questo modo, rischiano di essere marginalizzate le esperienze vissute dal paziente, la sua storia personale e gli aspetti psicosociali, relazionali e spirituali della cura. L’adozione di questi dispositivi e di sistemi di supporto alle decisioni cliniche richiede, pertanto, una riflessione attenta sulle responsabilità professionali e sulle competenze etiche coinvolte.
Come suggerisce Deborah Lupton, è fondamentale riconoscere l’intreccio tra umano e tecnologico non come un semplice delega di autorità all’IA, ma come un’occasione per affiancare strumenti digitali a pratiche di ascolto, confronto critico sui dati e valorizzazione della storia personale del paziente.
Empowerment o controllo dei pazienti?
I dispositivi indossabili sono spesso associati all’idea di empowerment, perché offrono ai pazienti accesso diretto ai propri dati fisiologici. La consapevolezza derivante da un monitoraggio continuo della propria salute può effettivamente favorire cambiamenti nei comportamenti e una migliore pianificazione della cura. Tuttavia, il monitoraggio può anche generare ansia, sovraccarico informativo e senso di dipendenza, minando l’autonomia invece di rafforzarla.
Il rischio è che i pazienti si adeguino agli standard prodotti dagli algoritmi, interiorizzando una visione della salute come performance misurabile, basata sull’adesione a parametri numerici (battito, passi, sonno), svalutando così la conoscenza soggettiva del proprio corpo e la dimensione valoriale, relazionale e progettuale delle proprie scelte di cura. Inoltre, questa crescente responsabilizzazione dei pazienti riflette una più ampia logica neoliberale che trasferisce la responsabilità e la gestione della cura dallo Stato all’individuo, chiamato a investire nella propria “ottimizzazione”.
Per evitare che l’empowerment si riduca a una vuota retorica, è necessaria una riflessione critica su come l’aumento di informazioni disponibili possa davvero favorire l’empowerment dei pazienti, senza rafforzare disuguaglianze o logiche di controllo.
Ridurre o rafforzare l’ingiustizia?
Sebbene i dispositivi indossabili siano promossi come strumenti utili per raggiungere i pazienti più vulnerabili, il loro impiego può ampliare le disuguaglianze. Oltre al costo, l’uso richiede competenze digitali, accesso a internet e familiarità con app e interfacce, escludendo di fatto molte persone anziane o con minore alfabetizzazione digitale. Pertanto, potrebbero essere escluse dall’utilizzo proprio quelle persone che dovrebbero più beneficiarne. Inoltre, se gli algoritmi sono addestrati su dati non rappresentativi, rischiano di essere inefficaci o distorsivi per alcune fasce della popolazione, orientando politiche e pratiche cliniche verso i gruppi più rappresentati nei dataset. Così, queste tecnologie finiscono per rafforzare le disuguaglianze invece di ridurle.

Queste vulnerabilità rendono necessario adottare un approccio etico e politico attento alla distribuzione delle risorse e alle dinamiche sociali che influenzano l’accesso, l’utilizzo e gli effetti delle tecnologie digitali per la salute.
Risparmiare risorse o ricavare profitto?
Un ulteriore elemento critico riguarda la crescente influenza degli attori privati e delle logiche di mercato nella produzione, diffusione e gestione dei dispositivi indossabili, che rendono ambigua la separazione tra ambito sanitario e ambito commerciale. Queste tecnologie sono, infatti, spesso sviluppate da grandi aziende del settore tecnologico, le quali operano secondo interessi commerciali e obiettivi di profitto, piuttosto che secondo principi di salute pubblica. In questo modo i dati raccolti attraverso i dispositivi rischiano di diventare risorse da monetizzare, attraverso pratiche di profilazione e sfruttamento commerciale. Diventa pertanto urgente sia aumentare la consapevolezza delle aziende riguardo alle proprie responsabilità sociali, sia informare adeguatamente i pazienti su come verranno utilizzati i loro dati.
Hackerare il cambiamento
In un contesto in rapida evoluzione, l’uso dei dispositivi indossabili e dell’IA in sanità rischia di ridurre i pazienti a insiemi di dati, indebolendo la relazione di cura e ampliando la marginalizzazione delle popolazioni più vulnerabili. Perché queste tecnologie contribuiscano davvero a migliorare la salute e la vita delle persone è pertanto necessario non solo fornire strumenti a livello individuale, ma anche affrontare le disuguaglianze strutturali – sociali, culturali e digitali – nonché le logiche economiche che condizionano chi può accedervi e chi ne trae profitto. Alla luce di ciò, diventa necessario interrogarsi non solo sulle nuove funzioni di questi dispositivi, ma anche sul contesto socio-culturale e politico in cui essi si diffondono, sulle esclusioni che producono e sull’uso che viene fatto dei dati raccolti. In questa direzione potrebbe essere utile coinvolgere pazienti, professionisti e comunità già nella fase di progettazione, interrogandosi su chi beneficia di queste tecnologie, a quali condizioni e a quale costo.
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