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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

Dove va il lavoro umano “aumentato”?

Sguardo tra uomo e robot

L’Intelligenza Artificiale sta trasformando il mondo del lavoro. In questa pubblicazione simultanea su MagIA e HuffPost, Roberto Albano esplora come l’IA possa tanto minacciare quanto creare nuove opportunità lavorative, offrendo una riflessione critica sulle implicazioni per il futuro delle professioni.

Où va le travail humain? È il titolo di un libro del 1950 di Georges Friedmann, testo fondativo della sociologie du travail. Questa domanda si poneva in quegli anni con forza nella società francese, e non solo, per comprendere gli effetti dei processi di automazione del lavoro industriale. Da allora, Pandora, Dea dell’invenzione, è tornata frequentemente a farci visita e la questione si è ripresentata più volte; i recenti sviluppi dell’intelligenza artificiale la rendono più attuale che mai.

Tra gli aspetti dell’organizzazione sociale su cui già si fa sentire l’impatto dell’IA, ma che è destinato a crescere fortemente nei prossimi anni, vi è proprio il mondo del lavoro e delle professioni.

Anche qui, come in diversi altri ambiti, sono al contempo forti le attese cariche di speranza e grandi i timori circa i riflessi che l’IA ha, o potrà avere, sulla vita economica e sociale.

Per fare un primo esempio, è diffusa tra gli investitori l’aspettativa di una crescita dell’occupazione collegata a quella della produttività delle imprese a livello internazionale, soprattutto in quei paesi che maggiormente investono sulle nuove tecnologie digitali. In uno studio, commissionato da Goldman Sachs e pubblicato nel marzo 2023, si è stimato che solo negli USA (leader mondiali per gli investimenti in tecnologie IA) nei prossimi 10 anni la produttività complessiva (produzione e servizi, ospedali compresi) potrebbe crescere, nel migliore tra gli scenari, di 2.9 punti percentuali. Nello stesso periodo, il PIL mondiale potrebbe crescere del 7%, quasi 7000 miliardi di dollari. L’Italia, paese in cui la produttività (ossia il valore aggiunto generato per ore lavorate e per intensità d’uso del capitale fisso, date le tecnologie disponibili) è quasi stagnante dalla metà degli anni Novanta, questa opportunità – qualora tali previsioni si rivelassero fondate – andrebbe colta al balzo, anche se al momento non sembra che lo si stia facendo appieno. Stando ai dati di Eurostat del 2023, tra le Piccole e Medie Imprese (fino 250 dipendenti) quasi il 61% adotta almeno quattro  forme di digitalizzazione del lavoro (ad esempio impiegare l’IA, fare riunioni telematiche ecc.) delle 12 che confluiscono nell’indice composito Digital Intensity Index (in cui il valore 12 indica il massimo di digitalizzazione delle imprese di un paese); si tratta di un dato superiore alla media dell’Unione europea (58%), che però tiene conto di paesi con prevalenti livelli “molto bassi” di digitalizzazione (al più 3 attività su 12), tra cui Romania, Bulgaria e Grecia. Se si guarda ai livelli definiti almeno “alti” dell’indicatore (7-9 attività) la percentuale italiana scende a circa il 21%, quattro punti percentuali in meno della già bassa media dell’UE; dati per ora lontani dagli obiettivi digitali fissati dalla Commissione europea per il 2030.

Inoltre, non è affatto scontato che la crescita di produttività dovuta all’attuale innovazione tecnologica si trasformi in maggiore occupazione come prevedono gli ottimisti, soprattutto se consideriamo il breve-medio termine, che poi è quello che preoccupa di più chi è oggi occupato. Già in uno studio OCSE del 2018, intitolato “Automation, skills use and training”, si stimava che il 14% dei posti di lavoro nei 32 paesi dell’area avessero una probabilità superiore al 70% di essere cancellati dall’automazione e che un altro 32% potesse affrontare cambiamenti sostanziali, richiedendo un forte cambiamento di competenze lavorative. L’Italia, insieme a un’altra decina di paesi tra cui Francia, Germania, Spagna e Giappone, era uno dei paesi considerati a maggior rischio, mentre questo era valutato come decisamente inferiore per gli USA e i paesi del Nord-europa. Più di recente, per quanto concerne l’Italia, un gruppo di studio dell’Università di Trento ha stimato che una percentuale compresa tra il 46% e il 49% dei lavoratori italiani è a rischio medio di sostituzione (probabilità tra il 30-70%) o persino elevato (probabilità superiore al 70%) a causa dell’adozione di robot industriali e strumentazioni di IA.

A risollevare il morale da obiezioni di questo tipo viene però in soccorso la fiducia dei manager. Secondo una ricerca promossa congiuntamente da Sloan Management Review e Boston Consulting, tra i 1741 manager e 17 executive intervistati, in un centinaio di Paesi, prevale la previsione che l’adozione massiccia dell’AI nei processi aziendali genererà un’ampia gamma di miglioramenti organizzativi da cui deriveranno non solo maggiore efficienza (e quindi maggior produttività del lavoro, maggior vantaggio competitivo per le aziende, migliore funzionamento delle burocrazie) ma anche miglioramento dei processi decisionali, riduzione di compiti faticosi o noiosi, crescita del morale dei gruppi di lavoro, collaborazione e produzione di competenze individuali e collettive, da ricompensare anche economicamente grazie ai maggiori guadagni.

Tornando al tema del job displacement (perdita di posti di lavoro), anche chi adotta una tradizionale visione dell’innovazione tecnologica come inevitabile “progresso” ammette che nel breve termine vi sarà un forte impatto in tal senso dell’IA, soprattutto sulle attività intellettuali standardizzabili e su quelle pratico-operative più “povere” (menial jobs come dicono gli anglofoni), che non richiedono, cioè, particolari capacità di dexterity e judgment, tipiche degli operai specializzati e degli artigiani (anche se la robotica intelligente sta evolvendo rapidamente pure in questo senso). L’evidenza empirica del resto dice proprio questo, ossia che un elevato rischio di sostituzione riguarda principalmente operatori e operatrici che svolgono attività elementari e ripetitive o che non richiedono particolari capacità di comunicazione, collaborazione e pensiero critico; si vedano ad esempio le stime di Cedefop 2022 per i Paesi EU27, che vedono tale rischio particolarmente elevato tra lavoratori agricoli, magazzinieri, assemblatori, tipografi e altri. Tuttavia, aggiunge chi preferisce guardare al bicchiere mezzo pieno, come è accaduto anche in altri momenti nella storia caratterizzati dall’ingresso sulla scena di tecnologie “rivoluzionarie” (si pensi ai telai meccanici, o all’elettricità), vi saranno anche nuove attività, nuovi posti di lavoro, nuove competenze. A supporto di tale interpretazione possiamo, in effetti, pensare a tutte le nuove figure professionali emerse negli ultimi decenni con l’informatizzazione prima e con la digitalizzazione o la remotizzazione del lavoro in seguito: dai front end developers ai big data scientists, dagli UX designers ai cyber security experts o agli esperti dell’Internet of Things e così via. Solo che le recenti evoluzioni dell’IA potrebbero essere decisamente più impattanti di altre svolte tecnologiche. Viene ancora in soccorso l’ottimismo dall’interno delle aziende: in un’indagine svolta nel 2022 per conto dell’OCSE circa la metà del campione di manager, ma anche di dipendenti, che hanno impiegato l’AI nella finanza e nella produzione, ha riferito che con l’AI sono sì stati automatizzati compiti che in precedenza venivano svolti da agenti umani, ma si sono creati per questi ultimi anche altrettanti compiti di relazione, coordinamento, innovazione che prima non esistevano. Inoltre, vi sono professioni e attività lavorative “vecchie” che non scompaiono ma vengono modificate dalla collaborazione tra gli agenti umani e l’IA. A tal proposito è stato anche coniato un nuovo termine, cybork, che unisce il termine cyborg (anch’esso una ‘parola macedonia’, che unisce cibernetica e organismo) con quello di work: in breve, un lavoro svolto da soggetti agenti ibridi, attanti collettivi in parte umani e in parte non umani, professionisti o operatori “aumentati”.

Anche i pessimisti basano le loro analisi su ragionamenti deduttivi, irrobustendoli a loro volta con alcuni dati. L’idea più diffusa tra questi è che l’IA, soprattutto quella generativa – di cui chatGPT di openAI è l’espressione più nota nel recente dibattito pubblico – rappresenti un pericolo senza precedenti per l’umanità e non solo per l’occupazione (ma anche per la sicurezza dei dati, la privacy ecc. ma qui non spaziamo in questi altri ambiti). Qualora l’IA prodotta a basso costo riuscisse a sostituire gli umani nei processi creativi oltre che nelle attività ripetitive e meccanizzabili, non solo si correrebbe il rischio di una disoccupazione di massa ma anche quelli di un peggioramento complessivo della qualità e di un degrado della capacità di innovazione, con riverberi su tutti gli ambiti della vita sociale. Sul piano dell’evidenza empirica, gli scettici (categoria più ampia degli apocalittici) citano ad esempio il rapporto 2023 sul futuro dell’occupazione del World Economic Forum; questo prevede che il 23% dei posti di lavoro globali scomparirà o cambierà nel prossimo lustro a causa della trasformazione industriale, anche attraverso l’IA e altre tecnologie di elaborazioni di testi, immagini e voce.

Per converso, va anche detto che un centinaio di case studies in imprese manifatturiere e finanziari di otto Paesi OCSE del 2023, studi qualitativi che non permettono generalizzazioni statistiche ma che sono importanti perché esaminano in profondità i meccanismi delle trasformazioni socio-tecniche, mostrano più la tendenza verso la riorganizzazione del lavoro umano che la sostituzione con le macchine. In ogni caso, l’adozione delle nuove tecnologie, tra cui quelle basate su AI di nuova generazione, costituisce oltre che una minaccia anche un’opportunità di riprogettazione delle organizzazioni di lavoro in termini di benessere, sicurezza fisica e potenziamento delle competenze di chi lavora, come afferma Federico Butera nel recente volume “Disegnare l’Italia, Politiche progetti per organizzazioni e lavori di qualità”; perché si realizzi, però, questo risultato va perseguito intenzionalmente a vari livelli: quello micro, del singolo cittadino, utente o cliente, che con il suo comportamento può incidere sulla qualità dei prodotti e servizi, anche dando vita azioni collettive; quello meso, delle policy delle singole organizzazioni ma ancor più dei loro network; ma soprattutto quello macro, delle regolazioni e degli incentivi dei vari attori pubblici ed economici, regionali, nazionali e sovranazionali. Tra gli incentivi non vanno solo collocati quelli materiali; ancora più importante è che il sistema di istruzione – scolastico, universitario, professionale – si faccia carico di formare alle nuove competenze richieste dal mondo del lavoro (e non solo): dall’alfabetizzazione digitale di base alla capacità di interagire proficuamente con l’IA; dalle conoscenze necessarie per creare contenuti digitali, alle competenze nell’analizzare i dati e porre i risultati alla base dei processi decisionali. Favorendo, in contemporanea, la riduzione del divario di genere nei titoli di studio STEM. Su questi aspetti, così come per altri parametri dell’innovazione digitale in ambito sociale ed economico, attualmente l’Italia si colloca in basso nella graduatoria europea del capitale umano, come si legge in un’indagine del 2024 della Fondazione Studi dei consulenti del Lavoro, in cui si sostiene quanto sia necessario intervenire urgentemente investendo cospicue risorse. Sarebbe del tutto miope continuare a delegare all’autoformazione, al BYOAI (bring your own AI), che pure ha un ruolo importante nelle fasi di avvio delle innovazioni digitali (come lo ha avuto anche per altri strumenti, tablet smartphone ad esempio, dapprima oggetti di uso nella vita privata, diventati essenziali nel lavoro agile soprattutto a seguito della Pandemia covid-19); proprio la scarsa diffusione di digital skill, “basic” o “above basic” che ci vede ben al di sotto della media UE27, come certifica sempre  Eurostat per l’anno 2023, è un ostacolo all’adozione delle tecnologie basate sull’IA.

Dalle scelte compiute a questi vari livelli dipendono i destini delle civiltà dei lavori umani.

Tra i sociologi e le sociologhe, in quanto tali, non vi è in genere una inclinazione all’ottimismo o al pessimismo, ma è preferibile osservare e interpretare ciò che accade, mantenendo i piedi saldamente piantati a terra. l’IA ben impiegata può essere un elemento di sviluppo del “capitale umano” di homo faber; se si punterà sul potenziamento di animal laborans nel tempo potremo più facilmente essere sostituiti dalle macchine.

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