Questo articolo è pubblicato in due parti. In questa prima parte ricostruiamo che cosa ha detto Elon Musk nell’intervista a The Economist del 27 luglio 2026: dalla superintelligenza alla promessa di un lavoro reso “opzionale”, fino al ruolo dei robot umanoidi. Nella seconda parte, «Il sogno pericoloso del post-lavoro», l’analisi si concentra sui rischi sociali, economici e politici di questa visione.
Introduzione
Elon Musk non è nuovo a previsioni radicali. Negli anni ha annunciato colonie su Marte entro scadenze puntualmente disattese, auto a guida completamente autonoma “l’anno prossimo” per una decina di anni consecutivi, e superamenti dell’intelligenza umana da parte delle macchine con una cadenza quasi rituale. Eppure, ogni volta che il fondatore di Tesla e SpaceX torna a parlare del futuro della tecnologia, il mondo si ferma ad ascoltare. Non perché le sue previsioni si siano sempre avverate nei tempi indicati, ma perché Musk resta uno dei pochi soggetti privati al mondo che, con le proprie aziende, sta effettivamente costruendo i pezzi di quel futuro: batterie, razzi, reti neurali, robot umanoidi.
È in questo contesto che va letta l’intervista rilasciata a The Economist il 27 luglio 2026, in cui Musk ha rilanciato uno dei suoi temi ricorrenti degli ultimi anni, portandolo però a un livello di radicalità nuovo: l’idea che il lavoro, per come lo abbiamo conosciuto negli ultimi due secoli, sia destinato a diventare non più una necessità economica, ma una scelta personale, un hobby, “un po’ come coltivare un orto per piacere e non per bisogno”. Una metafora bucolica per descrivere quello che, se davvero si realizzasse, sarebbe uno degli sconvolgimenti sociali più profondi della storia umana.
In questa prima parte ricostruiamo che cosa ha detto Musk, punto per punto, cercando di restituire fedelmente il contenuto e il tono dell’intervista. Nella seconda parte della serie proviamo invece ad analizzare criticamente questa visione, individuandone i punti di forza ma soprattutto le zone d’ombra: perché se è vero che l’automazione avanza a ritmi sempre più rapidi, la vera domanda non è tanto “se” cambierà il mondo del lavoro, quanto “come” — e soprattutto “per chi”.
Un’intelligenza artificiale che supera la somma di tutte le menti umane
Il cuore dell’intervista è una dichiarazione tanto sintetica quanto vertiginosa: «Non ci sarà nulla che l’intelligenza artificiale non possa fare meglio degli esseri umani, tranne forse essere umana». Una frase costruita ad arte, con quel tocco di ironia finale che è tipico dello stile comunicativo di Musk, ma che nasconde un’affermazione di portata enorme: l’idea che non esista, nel lungo periodo, alcun ambito dell’attività umana — cognitivo, creativo, manuale, relazionale — in cui una macchina non possa, prima o poi, eguagliare o superare le prestazioni umane.
Musk ha rincarato la dose fissando anche una scadenza temporale, cosa che generalmente rende le previsioni più verificabili e quindi più rischiose: secondo lui, entro cinque anni l’intelligenza artificiale potrebbe superare la somma di tutte le intelligenze umane messe insieme. È un’affermazione che va oltre il concetto, già di per sé enorme, di “intelligenza artificiale generale” (AGI, un sistema capace di eguagliare le capacità cognitive umane in qualunque compito) per spingersi verso quello di “superintelligenza collettiva”: non un singolo sistema che eguaglia un singolo essere umano, ma un’entità (o una rete di entità) la cui capacità computazionale e cognitiva complessiva supererebbe quella degli otto miliardi di cervelli umani oggi esistenti sul pianeta.
Per Musk questo non è motivo di allarme in sé, quanto piuttosto una constatazione quasi ingegneristica: la distanza tra le capacità umane — biologicamente vincolate dai tempi dell’evoluzione — e quelle delle macchine — che invece raddoppiano le proprie prestazioni a ritmi misurabili in mesi grazie alla legge di scala dei modelli e alla crescita della potenza di calcolo disponibile — è destinata ad allargarsi sempre più rapidamente. Non si tratta, nella sua visione, di un evento puntuale e catastrofico, ma di un processo progressivo, quasi geologico nella sua inesorabilità, anche se compresso in una manciata di anni anziché di ere.
Il lavoro come scelta, non come necessità
È il passaggio più citato e più discusso dell’intervista, quello che ha fatto il giro dei social e dei titoli di giornale in tutto il mondo. Musk immagina una società futura in cui lavorare non sarà più indispensabile per sopravvivere. L’immagine che utilizza è volutamente rassicurante e quotidiana: coltivare un orto. Oggi, nella maggior parte dei paesi industrializzati, nessuno coltiva un orto perché altrimenti morirebbe di fame; lo si fa per piacere, per hobby, per il gusto di vedere crescere qualcosa con le proprie mani, sapendo che comunque il cibo si trova al supermercato. Musk propone di estendere questa logica a qualunque attività lavorativa: scrivere, programmare, costruire, insegnare, curare, guidare un camion. Tutto diventerebbe, potenzialmente, un’attività “opzionale”, praticabile per passione o per realizzazione personale, ma non più necessaria per garantirsi da mangiare, un tetto sopra la testa, cure mediche, istruzione.
Alla base di questa visione c’è un’ipotesi economica implicita, che Musk non esplicita del tutto ma che è possibile ricostruire dal contesto delle sue dichiarazioni: se robot e sistemi di intelligenza artificiale arrivano a produrre beni e servizi in quantità enormemente superiore a quella attuale, e a costi marginali prossimi allo zero, il concetto stesso di scarsità — che è alla base di gran parte della teoria economica classica — perderebbe progressivamente di significato. In un mondo di abbondanza quasi illimitata, sostiene implicitamente Musk, anche il denaro, inteso come strumento per allocare risorse scarse, diventerebbe meno centrale nella vita delle persone.

È una visione che si inserisce in un filone di pensiero non nuovo — gli economisti la chiamano “economia post-scarsità” — ma che Musk porta alle sue estreme conseguenze pratiche, applicandola non a un futuro remoto e teorico ma a un orizzonte temporale di appena un decennio.
Il nodo irrisolto: come vivranno le persone?
Se la parte descrittiva della visione di Musk è vivida e suggestiva, quella propositiva rimane sorprendentemente scarna. Alla domanda su come le persone potrebbero sostenersi economicamente in un mondo in cui il lavoro non è più necessario — e quindi, presumibilmente, non è più nemmeno remunerato per la maggior parte della popolazione — Musk non offre un modello articolato, ma si limita a evocare l’ipotesi che i governi possano distribuire assegni ai cittadini.
È un riferimento, seppur non esplicitato con questo termine tecnico, al concetto di reddito universale di base (Universal Basic Income, UBI): un trasferimento monetario periodico, incondizionato, erogato dallo Stato a tutti i cittadini indipendentemente dal reddito o dalla condizione occupazionale. Si tratta di un’idea che circola nel dibattito pubblico ed economico da decenni — con radici che affondano fino a pensatori come Thomas Paine e Bertrand Russell, per arrivare alle sperimentazioni più recenti in Finlandia, in alcune città americane come Stockton, in California, e in vari progetti pilota in Africa e in Asia — e che negli ultimi anni è stata rilanciata proprio in relazione ai timori di disoccupazione tecnologica di massa.
Il punto è che Musk la cita quasi di sfuggita, come una soluzione ovvia e già a portata di mano, senza però affrontare nessuno dei nodi che la renderebbero effettivamente praticabile su scala globale: quale dovrebbe essere l’importo di questi assegni? Chi dovrebbe finanziarli, e con quali risorse fiscali, se gran parte del valore economico venisse prodotto da capitale automatizzato di proprietà privata anziché da lavoro umano tassabile tramite le tradizionali imposte sul reddito? Come si eviterebbe che il potere economico — e quindi politico — si concentrasse nelle mani di chi possiede le infrastrutture di intelligenza artificiale e robotica, cioè un numero ristrettissimo di aziende e individui? Nessuna di queste domande trova risposta nell’intervista, e questo è probabilmente il punto più fragile dell’intera visione muskiana, come vedremo più diffusamente nella seconda parte di questo articolo.
I rischi della superintelligenza: tra fatalismo e consapevolezza
Musk non è mai stato un ingenuo entusiasta acritico dell’intelligenza artificiale. Anzi, è stato tra le voci più insistenti, negli ultimi dieci anni, nel segnalare i rischi esistenziali legati allo sviluppo di sistemi sempre più potenti e autonomi — al punto da co-fondare OpenAI nel 2015 proprio con l’obiettivo dichiarato di garantire uno sviluppo sicuro dell’IA, salvo poi separarsene e fondare una propria azienda concorrente, xAI.
Anche in questa intervista a The Economist, Musk non nasconde la componente di rischio. Ammette esplicitamente che l’intelligenza artificiale potrebbe rappresentare una minaccia esistenziale, arrivando a utilizzare l’espressione “cancellare l’umanità” per descrivere lo scenario più estremo. È un linguaggio che richiama il dibattito, molto vivo nella comunità degli esperti di sicurezza dell’IA, sul cosiddetto “rischio esistenziale” (x-risk): l’ipotesi che un sistema sufficientemente avanzato e mal allineato con gli interessi umani possa, deliberatamente o per un semplice disallineamento di obiettivi, causare danni irreversibili alla specie umana.
Ciò che colpisce, tuttavia, è il tono con cui Musk affronta questo tema: non allarmistico, ma quasi fatalista. Non propone di rallentare lo sviluppo dell’IA, né di sospenderlo in attesa di maggiori garanzie di sicurezza — posizione che pure altri esponenti del settore hanno sostenuto in momenti diversi, penso alle lettere aperte per una moratoria sui grandi modelli firmate da ricercatori e imprenditori nel 2023. Musk sembra invece dare per scontato che fermare questa corsa tecnologica sia, di fatto, impossibile: le forze economiche, geopolitiche e competitive in gioco sono tali, secondo questa lettura implicita, da rendere improponibile qualunque tentativo di freno collettivo e coordinato.
La proposta di “controllo preventivo” tra concorrenti
Coerentemente con questo approccio fatalista mescolato a preoccupazione reale, Musk propone nell’intervista una forma di mitigazione del rischio che si potrebbe definire di “controllo preventivo tra pari”: prima del rilascio pubblico di nuovi modelli di intelligenza artificiale o di nuovi importanti passi avanti tecnologici (“breakthrough”, nel linguaggio usato), le aziende concorrenti del settore dovrebbero avere la possibilità di testare in anticipo questi sistemi, in modo da poter individuare eventuali rischi prima che questi si traducano in danni concreti per la società.
È una proposta interessante perché rivela, più di ogni dichiarazione esplicita, quanto Musk sia consapevole della posta in gioco: non fidarsi ciecamente nemmeno della propria azienda, ma auspicare un sistema di controlli incrociati tra i principali attori del settore. Allo stesso tempo, si tratta di un’idea che solleva non poche perplessità pratiche: le aziende di intelligenza artificiale competono ferocemente tra loro per quote di mercato, capitali, talenti e primati tecnologici; condividere in anticipo dettagli sui propri modelli più avanzati con i concorrenti diretti significherebbe, di fatto, rinunciare a un vantaggio competitivo cruciale in un settore dove la velocità di sviluppo è essa stessa un fattore di successo commerciale. Musk non spiega, nell’intervista, quali incentivi economici o regolatori dovrebbero convincere aziende in feroce competizione tra loro ad accettare un simile schema di trasparenza reciproca, né chi dovrebbe eventualmente imporlo o farlo rispettare.
Una visione che divide il dibattito pubblico
Le parole di Musk si inseriscono in un dibattito già estremamente acceso, che negli ultimi anni ha attraversato think tank, università, parlamenti e sale operative delle grandi aziende tecnologiche: quello sul futuro del lavoro nell’era dell’intelligenza artificiale generativa e della robotica avanzata. Da una parte ci sono posizioni come quella di Musk, che spingono all’estremo le possibilità dell’automazione, immaginando una trasformazione totale e relativamente rapida dell’economia. Dall’altra, numerosi economisti, sociologi ed esperti di tecnologia mantengono un atteggiamento assai più cauto, sottolineando come le tempistiche indicate da Musk siano storicamente sempre state, nel suo caso specifico, eccessivamente ottimistiche (un precedente su cui torneremo più avanti), e come gli ostacoli tecnici, economici, normativi e sociali alla piena sostituzione del lavoro umano restino tuttora enormi.
Resta però un dato di fatto difficilmente contestabile: Musk continua a imporre, con puntuale regolarità, la propria agenda nel discorso pubblico globale, trasformando ogni sua intervista in un vero e proprio caso mediatico che si propaga in poche ore su tutte le principali testate internazionali. E anche in questa occasione il messaggio che ha voluto lanciare è netto e privo di ambiguità: il vero interrogativo, secondo lui, non è più se l’intelligenza artificiale cambierà radicalmente il mondo del lavoro e dell’economia, ma soltanto quanto rapidamente lo farà.
Chi è Elon Musk e perché le sue parole pesano così tanto
Per comprendere fino in fondo l’impatto mediatico di dichiarazioni come queste, è utile ricordare brevemente chi sia il soggetto che le pronuncia. Elon Musk, nato a Pretoria, in Sudafrica, nel 1971, è oggi alla guida di un ecosistema di aziende che copre, non a caso, i due pilastri centrali della visione che ha delineato a The Economist — l’intelligenza artificiale “cognitiva” e la robotica “fisica”: Tesla, che produce non soltanto automobili elettriche ma anche — dal 2022 in avanti — il robot umanoide Optimus, pensato esplicitamente per svolgere mansioni fisiche ripetitive prima appannaggio dei lavoratori umani; e xAI, la società fondata nel 2023 proprio per sviluppare modelli di intelligenza artificiale avanzata, in diretta concorrenza con OpenAI, Google DeepMind e Anthropic. Vi si aggiungono SpaceX, l’azienda aerospaziale che ha rivoluzionato l’accesso allo spazio, e Neuralink, impegnata nello sviluppo di interfacce neurali dirette tra cervello umano e computer: due iniziative meno direttamente legate al tema del lavoro, ma che contribuiscono comunque a definire l’immagine pubblica di un imprenditore che opera, contemporaneamente, su quasi tutte le frontiere più avanzate della tecnologia contemporanea.
Questo intreccio tra dichiarazioni pubbliche e interessi industriali diretti è un elemento che nessuna lettura critica delle parole di Musk può permettersi di ignorare. Quando l’uomo che sta letteralmente costruendo robot umanoidi destinati a sostituire lavoratori in fabbrica, e contemporaneamente sviluppando modelli di intelligenza artificiale generativa tra i più avanzati al mondo, afferma che l’automazione totale del lavoro è “inevitabile” ed “entro pochi anni”, non si tratta soltanto di una previsione neutra formulata da un osservatore esterno: è anche, inevitabilmente, la descrizione di un futuro che le sue stesse aziende hanno tutto l’interesse economico a rendere realtà, e in tempi rapidi. Questo non significa automaticamente che la previsione sia sbagliata — la storia dell’innovazione tecnologica è piena di imprenditori che hanno anticipato correttamente trasformazioni epocali proprio perché stavano costruendo in prima persona gli strumenti per realizzarle — ma impone comunque una cautela interpretativa in più rispetto a dichiarazioni provenienti da soggetti privi di interessi diretti nell’esito della previsione stessa.
Il ruolo dei robot umanoidi nella visione di Musk
Un elemento che merita un approfondimento specifico riguarda il ruolo dei robot umanoidi — non semplicemente dell’intelligenza artificiale “software”, incorporea, che scrive testi o analizza dati, ma di macchine dotate di un corpo fisico capace di muoversi, manipolare oggetti, camminare, svolgere mansioni manuali negli stessi ambienti fisici — case, fabbriche, magazzini, ospedali — oggi occupati da lavoratori in carne e ossa.

È un dettaglio tutt’altro che secondario nella visione delineata da Musk nell’intervista a The Economist, perché segna una differenza sostanziale rispetto alle ondate precedenti di automazione digitale, che avevano riguardato soprattutto compiti d’ufficio, elaborazione di dati, comunicazione scritta. Se l’intelligenza artificiale generativa degli ultimi anni ha già iniziato a intaccare professioni intellettuali e creative — dalla scrittura alla programmazione, dalla grafica alla consulenza — la vera novità di cui parla Musk, e su cui Tesla sta investendo risorse ingenti con il progetto Optimus, riguarda l’estensione di questa stessa logica di sostituzione anche al lavoro manuale e fisico: operai di fabbrica, addetti alla logistica e alla movimentazione merci, personale di pulizia, e — in una prospettiva più lontana e ancora più controversa — persino alcune forme di assistenza diretta alle persone, come la cura di anziani e bambini.
Questa combinazione — intelligenza artificiale “cognitiva” più robotica “fisica” — è precisamente ciò che rende la visione di Musk potenzialmente più dirompente rispetto alle previsioni novecentesche sulla fine del lavoro: non più soltanto una sostituzione settoriale, circoscritta a specifiche categorie professionali più esposte all’automazione digitale, ma una trasformazione trasversale che riguarderebbe, almeno in teoria, tanto il lavoro d’ufficio quanto quello manuale, contemporaneamente e nello stesso orizzonte temporale.
Un glossario minimo per orientarsi nel dibattito
Per seguire con maggiore consapevolezza un dibattito che si muove spesso tra termini tecnici mutuati dall’informatica, dall’economia e dalla filosofia politica, può essere utile chiarire brevemente alcuni concetti chiave richiamati, esplicitamente o implicitamente, nelle parole di Musk.
Intelligenza artificiale generale (AGI): un sistema di intelligenza artificiale ipotetico, non ancora esistente nella sua forma piena secondo la maggior parte degli esperti, capace di eguagliare o superare le capacità cognitive umane in qualunque compito intellettuale, e non soltanto in domini specifici e circoscritti come avviene con i modelli attuali.
Superintelligenza: un livello di capacità cognitiva artificiale che supererebbe non soltanto quella di un singolo essere umano, ma quella dell’intera specie umana considerata nel suo complesso — è il concetto a cui Musk fa riferimento quando parla di un’IA capace di “superare la somma di tutte le intelligenze umane”.
Rischio esistenziale (x-risk): nella letteratura sulla sicurezza dell’intelligenza artificiale, indica il rischio che lo sviluppo di sistemi sufficientemente avanzati possa portare a conseguenze irreversibili e catastrofiche per l’umanità nel suo complesso, non necessariamente per malevolenza delle macchine, ma anche semplicemente per un disallineamento tra gli obiettivi ottimizzati dal sistema e gli interessi reali degli esseri umani.
Reddito universale di base (UBI): un trasferimento monetario periodico, di importo fisso, erogato dallo Stato a tutti i cittadini in modo incondizionato, indipendentemente dal reddito, dal patrimonio o dalla condizione occupazionale della persona che lo riceve.
Economia post-scarsità: un modello economico ipotetico in cui la produzione di beni e servizi diventa talmente abbondante, grazie all’automazione pressoché totale dei processi produttivi, da rendere marginale il problema tradizionale dell’allocazione di risorse scarse, che è invece alla base della gran parte della teoria economica classica e neoclassica.
Le reazioni al dibattito e le voci più caute
Ogni volta che Musk rilascia dichiarazioni di questa portata, la reazione del mondo accademico ed economico tende a dividersi lungo linee piuttosto ricorrenti. Da un lato, alcuni ricercatori impegnati nello sviluppo stesso dell’intelligenza artificiale tendono a confermare, quantomeno nella sostanza se non nei tempi esatti indicati, la traiettoria di crescita rapidissima delle capacità dei modelli più avanzati, sottolineando come i progressi degli ultimi anni abbiano già sorpreso, per rapidità, buona parte della stessa comunità scientifica.
Dall’altro lato, economisti del lavoro, sociologi e studiosi di politiche pubbliche tendono invece a richiamare l’attenzione su un punto metodologico spesso trascurato nel dibattito mediatico: la capacità tecnica di automatizzare un compito, per quanto dimostrata in laboratorio o in condizioni controllate, non si traduce automaticamente, né rapidamente, nella sua effettiva sostituzione su scala di massa nell’economia reale. Tra la disponibilità di una tecnologia e la sua piena diffusione economica intercorrono tipicamente anni, se non decenni, di adattamento normativo, investimenti infrastrutturali, cambiamento culturale e riorganizzazione dei processi produttivi — un divario che gli storici dell’economia chiamano talvolta “paradosso della produttività”, richiamando il celebre esempio dei computer, la cui diffusione capillare negli uffici a partire dagli anni Ottanta non si tradusse, per quasi un decennio, in un corrispondente balzo misurabile della produttività aggregata a livello nazionale.
Questa cautela metodologica non equivale, va precisato, a una negazione del fenomeno in sé. Anche gli osservatori più scettici sulle tempistiche indicate da Musk riconoscono generalmente che l’intelligenza artificiale generativa stia già producendo effetti misurabili sul mercato del lavoro in alcuni settori specifici — penso, ad esempio, ad alcune funzioni di assistenza clienti, di traduzione, di programmazione entry-level, di produzione di contenuti testuali e visivi standardizzati — e che questi effetti siano destinati verosimilmente ad ampliarsi nei prossimi anni. Il punto di divergenza rispetto a Musk riguarda soprattutto la velocità e la pervasività complessiva di questa trasformazione, non la sua direzione di fondo.
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