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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

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Elon Musk e la fine del lavoro obbligatorio. Parte 2: il sogno pericoloso del post-lavoro

Musk

Nella prima parte dell’articolo abbiamo ricostruito le dichiarazioni rilasciate da Elon Musk a The Economist il 27 luglio 2026: la previsione di un’intelligenza artificiale capace di superare le capacità umane e la promessa di un futuro in cui il lavoro potrebbe diventare una scelta, anziché una necessità. In questa seconda parte, quella visione viene sottoposta a un’analisi critica, per valutarne le conseguenze economiche, sociali e politiche: chi controllerà la ricchezza prodotta dalle macchine, come verrà distribuita e quale ruolo avranno il lavoro, l’identità e la partecipazione sociale in una società sempre più automatizzata.

Un’utopia che nasconde un problema di potere

Se si prova ad andare oltre la suggestione delle parole di Musk, la sua visione solleva molte più domande di quante ne risolva. Dietro l’immagine accattivante di un’abbondanza tecnologica capace di liberare l’umanità dalla necessità di lavorare si nasconde infatti un problema centrale, che l’imprenditore sudafricano-statunitense affronta solo di sfuggita: chi controllerà concretamente questa nuova ricchezza prodotta dall’automazione, e soprattutto secondo quali criteri verrà distribuita tra la popolazione?

Secondo Musk, entro un decennio gran parte delle professioni oggi esistenti potrebbe essere automatizzata, mentre il denaro perderebbe progressivamente centralità nella vita delle persone. È una prospettiva che suona affascinante e futuristica, ma che, osservata più da vicino, appare anche potenzialmente assai diseguale nelle sue conseguenze pratiche. Se infatti la produzione di beni e servizi aumenta grazie all’automazione, mentre contemporaneamente il lavoro umano necessario per generarla diminuisce drasticamente, il rischio concreto — in assenza di un sistema di redistribuzione solido, universale ed efficace — è che i benefici economici di questa trasformazione restino concentrati nelle mani di un numero molto ristretto di soggetti: i proprietari del capitale tecnologico, cioè le aziende che sviluppano e possiedono i sistemi di intelligenza artificiale e le flotte di robot umanoidi, e i loro azionisti.

Non è un rischio puramente teorico o ideologico: è, in fondo, un pattern storico già osservato in precedenti ondate di automazione industriale, seppure su scala e con velocità molto minori rispetto a quelle oggi ipotizzate per l’IA. Ogni salto tecnologico importante nella storia dell’economia — dalla meccanizzazione dell’agricoltura alla catena di montaggio, dall’informatica alla robotica industriale nelle fabbriche — ha prodotto, insieme a innegabili guadagni complessivi di produttività e ricchezza aggregata, anche fasi di forte redistribuzione del potere economico verso chi possedeva il nuovo capitale tecnologico, spesso a scapito dei lavoratori le cui competenze venivano improvvisamente rese obsolete.

Il nodo sociale: il lavoro non è solo reddito

L’aspetto probabilmente più fragile dell’intero ragionamento di Musk è quello sociale, più ancora di quello strettamente economico. Alla domanda su come vivrebbero concretamente le persone in un mondo in cui il lavoro non è più obbligatorio per sopravvivere, la risposta evocata nell’intervista — assegni statali, forme generiche di sostegno pubblico al reddito — appare non solo vaga nei dettagli tecnici e attuativi, ma anche concettualmente riduttiva.

Ridurre l’intero problema del “dopo-lavoro” a un semplice trasferimento monetario mensile significa infatti ignorare, o quantomeno sottovalutare pesantemente, tutte le altre funzioni sociali e psicologiche che il lavoro svolge nella vita delle persone, ben oltre la sua funzione più immediatamente economica di procurare un reddito. Numerosi studi di sociologia del lavoro, di psicologia sociale e di economia comportamentale — un filone di ricerca ampio e consolidato, che affonda le proprie radici già negli studi sulla disoccupazione di massa condotti durante la Grande Depressione degli anni Trenta del secolo scorso — hanno più volte documentato come il lavoro rappresenti per la maggior parte delle persone non soltanto una fonte di sostentamento economico, ma anche:

  • una componente fondamentale della propria identità personale: la domanda “che lavoro fai?” resta, in moltissime culture, tra le prime che si pongono a una persona appena conosciuta, segno di quanto la professione sia percepita come parte costitutiva di chi siamo;
  • una fonte primaria di relazioni sociali quotidiane, spesso distinte e complementari rispetto alla cerchia familiare e amicale, capaci di ridurre l’isolamento e favorire un senso di appartenenza a una comunità più ampia;
  • un elemento centrale nella costruzione dello status sociale e del riconoscimento pubblico del proprio valore e delle proprie competenze;
  • una struttura fondamentale di scansione del tempo quotidiano, che organizza le giornate, le settimane, i periodi dell’anno, fornendo un ritmo e uno scopo alla vita di ciascuno;
  • una via di partecipazione attiva alla vita collettiva, intesa come contributo tangibile e riconoscibile al funzionamento della società nel suo complesso.

In altre parole, il rischio insito nella visione di Musk non è soltanto — né forse principalmente — di natura economica. Una società in cui milioni, se non miliardi, di persone diventassero improvvisamente “superflue” rispetto alle logiche del mercato del lavoro tradizionale potrebbe generare fenomeni di alienazione diffusa, tensioni sociali crescenti, una progressiva erosione di competenze e saperi condivisi collettivamente, e — paradossalmente — un aumento della dipendenza individuale e collettiva proprio da quelle grandi piattaforme tecnologiche che avrebbero reso il lavoro umano superfluo in primo luogo.

La promessa di un’abbondanza materiale senza precedenti potrebbe così convivere, in questo scenario critico, con una forma nuova e inedita di precarietà: non più la tradizionale mancanza di beni materiali sufficienti a soddisfare i bisogni primari, come nelle epoche di scarsità economica del passato, ma piuttosto una mancanza di potere — decisionale, contrattuale, politico — da parte della grande maggioranza della popolazione nei confronti di chi controlla le infrastrutture tecnologiche fondamentali dell’economia.

Una utopia molto selettiva

Musk parla, nell’intervista, di un futuro quasi “post-scarsità”, in cui beni e servizi diventerebbero talmente abbondanti da rendere il denaro sostanzialmente marginale nella vita quotidiana delle persone. Si tratta però di un’idea che presuppone, per potersi realizzare davvero, un salto contemporaneamente tecnologico e politico di proporzioni enormi — e soprattutto presuppone, in modo tutt’altro che scontato, che i frutti di questa nuova produttività automatizzata vengano effettivamente condivisi con l’insieme della popolazione, e non trattenuti in prevalenza da chi possiede le tecnologie abilitanti.

Senza regole pubbliche solide e ben progettate in materia di fiscalità sul capitale automatizzato, di proprietà e governance dei dati, di diritti digitali dei cittadini e di sistemi di welfare universale ripensati per un’economia post-lavoro, l’abbondanza teoricamente resa possibile dall’intelligenza artificiale rischia concretamente di trasformarsi, nella pratica, in un monopolio dell’efficienza produttiva nelle mani di pochissimi soggetti privati. È esattamente il tipo di scenario che diversi economisti — penso, tra gli altri, alle analisi sviluppate negli ultimi anni da studiosi come Daron Acemoglu sul rapporto tra tecnologia, potere di mercato e disuguaglianza — hanno provato a mettere in guardia, distinguendo tra un’automazione “inclusiva”, capace di aumentare la produttività complessiva redistribuendone i benefici, e un’automazione “estrattiva”, che concentra i guadagni di produttività quasi esclusivamente presso chi controlla il capitale tecnologico, lasciando ai lavoratori spiazzati ben poco in termini di compensazione reale.

C’è poi un ulteriore elemento retorico, sottile ma non trascurabile, nel modo in cui Musk presenta questa trasformazione epocale: la descrive come un fenomeno sostanzialmente inevitabile, quasi “naturale” nel suo dispiegarsi, più simile a una legge fisica che a una serie di scelte collettive, politiche ed economiche. Ma l’inevitabilità, va detto con chiarezza, è spesso proprio il linguaggio preferito da chi, consapevolmente o meno, ha interesse a sottrarre una determinata questione al dibattito pubblico e alla decisione politica collettiva, presentandola come un dato di fatto tecnico su cui non avrebbe senso interrogarsi o intervenire. Affermare che “non ci sarà nulla che l’intelligenza artificiale non possa fare meglio dell’essere umano” descrive, nella migliore delle ipotesi, una traiettoria tecnologica plausibile; non risolve però in alcun modo il problema, squisitamente politico, di come una società democratica intenda organizzarsi quando — e se — quella traiettoria si realizzerà davvero.

Uno sguardo alla storia: previsioni di fine del lavoro, ieri e oggi

Non è la prima volta, nella storia economica moderna, che si prospetta una fine imminente (o quantomeno una drastica riduzione) del lavoro umano grazie al progresso tecnologico. Già nel 1930, in un celebre saggio intitolato Possibilità economiche per i nostri nipoti, l’economista britannico John Maynard Keynes previde che, grazie ai progressi della tecnica e all’accumulo di capitale, entro un secolo — quindi entro il 2030, una data ormai vicinissima — la settimana lavorativa nei paesi più industrializzati si sarebbe ridotta a circa quindici ore, lasciando alle persone un’enorme quantità di tempo libero da gestire, al punto che, secondo Keynes, il problema principale dell’umanità sarebbe diventato non tanto procurarsi i mezzi di sussistenza, quanto piuttosto trovare un senso e uno scopo per occupare tutto quel tempo liberato dal lavoro.

A quasi un secolo di distanza da quella previsione, sappiamo che le cose sono andate diversamente: la produttività del lavoro è effettivamente cresciuta in modo enorme, in linea con le attese di Keynes, ma gran parte di questi guadagni di produttività si sono tradotti, nei paesi occidentali, in un aumento dei consumi, in nuovi bisogni e desideri di beni e servizi prima inesistenti, e in un’espansione complessiva dell’economia, piuttosto che in una drastica riduzione delle ore lavorate. La settimana lavorativa media, pur riducendosi rispetto ai ritmi durissimi dell’Ottocento industriale, si è stabilizzata storicamente ben al di sopra delle quindici ore previste da Keynes.

Anche l’automazione delle fabbriche a partire dagli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, e più recentemente la diffusione dell’informatica personale e di internet negli anni Novanta e Duemila, sono state accompagnate da previsioni analoghe di “fine del lavoro” — penso, ad esempio, al saggio dell’economista statunitense Jeremy Rifkin intitolato proprio La fine del lavoro, pubblicato nel 1995 — previsioni che, anche in questi casi, si sono rivelate solo parzialmente accurate: intere categorie professionali sono effettivamente scomparse o si sono drasticamente ridimensionate, ma contestualmente ne sono nate di nuove, spesso imprevedibili in anticipo, e il tasso di disoccupazione complessivo nei paesi industrializzati non ha mai raggiunto, storicamente, i livelli catastrofici che alcune di queste previsioni paventavano.

Questo non significa, ovviamente, che la situazione attuale sia semplicemente “la stessa storia di sempre”, e che quindi non ci sia nulla di realmente nuovo di cui preoccuparsi. L’intelligenza artificiale generativa e la robotica avanzata presentano, rispetto alle precedenti ondate di automazione, alcune caratteristiche potenzialmente diverse e più dirompenti: la capacità, ad esempio, di automatizzare non solo compiti manuali e ripetitivi, come avvenuto storicamente nelle fabbriche, ma anche compiti cognitivi complessi, creativi e relazionali, che fino a pochi anni fa si ritenevano appannaggio esclusivo dell’intelligenza umana. Ed è proprio questa capacità di intaccare contemporaneamente tanto il lavoro manuale quanto quello intellettuale, su una scala temporale compressa in pochi anni anziché in decenni, a rendere il dibattito attuale genuinamente diverso — e per certi versi più urgente — rispetto ai cicli storici precedenti.

Che cosa dicono gli scettici

Accanto alle posizioni radicali come quella di Musk, esiste nel dibattito pubblico e accademico un ampio fronte di economisti, sociologi del lavoro ed esperti di tecnologia che mantiene un atteggiamento decisamente più cauto e scettico rispetto a tempistiche così ravvicinate.

Un primo argomento ricorrente riguarda proprio l’affidabilità storica delle previsioni tecnologiche di Musk in particolare. La guida completamente autonoma dei veicoli Tesla, ad esempio, è stata annunciata come imminente — “entro un anno” — con puntuale regolarità a partire almeno dal 2015, senza che, al momento in cui scriviamo, si sia ancora arrivati a una diffusione di massa di veicoli realmente privi della necessità di un supervisore umano in ogni condizione di guida. Questo precedente induce naturalmente alla cautela rispetto a nuove scadenze temporali indicate dallo stesso imprenditore, per quanto affascinanti possano apparire.

Un secondo ordine di argomenti riguarda gli ostacoli strutturali all’automazione integrale dell’economia, che vanno ben oltre la semplice disponibilità di una tecnologia sufficientemente avanzata sulla carta o in laboratorio. Sostituire concretamente milioni di lavoratori umani con sistemi di intelligenza artificiale e robot fisici richiede, tra le altre cose: ingenti investimenti di capitale per produrre e distribuire su scala industriale i robot stessi; l’adeguamento di normative esistenti in materia di sicurezza sul lavoro, responsabilità civile e penale, tutela dei consumatori, che nella maggior parte dei paesi non sono ancora state pensate per un contesto di automazione così pervasiva; l’accettazione sociale e culturale di una presenza diffusa e quotidiana di robot e sistemi automatizzati in ambiti particolarmente delicati come la sanità, l’istruzione o l’assistenza alle persone anziane; infine, tempi tecnici di implementazione che, storicamente, tendono a essere sistematicamente sottostimati da chi propone nuove tecnologie, per ragioni sia genuinamente tecniche sia di comunicazione commerciale.

Un terzo argomento, di natura più strettamente economica, riguarda il cosiddetto effetto di compensazione: storicamente, l’automazione di determinati compiti non ha soltanto distrutto posti di lavoro esistenti, ma ha anche contribuito a creare nuova domanda di lavoro in settori complementari o del tutto nuovi, spesso legati proprio alla progettazione, produzione, manutenzione e supervisione delle nuove tecnologie stesse. Molti economisti ritengono plausibile che un fenomeno simile possa ripetersi, almeno in parte, anche con l’intelligenza artificiale, sebbene la portata e la velocità di questa possibile compensazione restino, ad oggi, oggetto di forte incertezza e dibattito aperto tra gli specialisti.

La vera domanda: che società produce un’automazione così rapida?

Più che interrogarsi ossessivamente sul fatto se Musk abbia ragione o torto riguardo alle tempistiche esatte di questa trasformazione — un esercizio che, alla luce dei precedenti storici appena richiamati, appare oggettivamente arduo da verificare in anticipo con certezza — la questione realmente cruciale, dal punto di vista collettivo, è probabilmente un’altra: quale tipo di società rischia di produrre un’automazione così rapida e pervasiva, qualora si realizzasse anche solo parzialmente nei tempi ipotizzati?

Se il lavoro perde progressivamente la propria centralità come strumento primario di distribuzione del reddito e come struttura organizzativa fondamentale della vita quotidiana delle persone, diventa allora indispensabile ripensare in profondità, e per tempo, un’intera costellazione di istituzioni sociali che su quella centralità del lavoro sono state storicamente costruite: i sistemi di istruzione, che dovrebbero forse spostare l’accento dalla preparazione a professioni specifiche verso competenze più trasversali, critiche e adattabili; i sistemi di welfare e protezione sociale, oggi in larghissima parte ancorati alla condizione occupazionale delle persone (si pensi alle pensioni contributive, ai sussidi di disoccupazione, all’accesso a molte forme di assistenza sanitaria in diversi paesi); i sistemi di tassazione, che dovrebbero forse spostarsi progressivamente dalla tassazione del reddito da lavoro verso forme nuove di prelievo sul capitale automatizzato, sui dati, sulle rendite generate dalle infrastrutture tecnologiche; i meccanismi di redistribuzione della ricchezza su scala nazionale e globale, per evitare che i benefici dell’automazione restino concentrati in poche mani o in poche aree geografiche del pianeta; e, in ultima istanza, persino il significato più profondo del concetto stesso di cittadinanza attiva, storicamente legato a doppio filo, in molte tradizioni politiche e filosofiche, proprio all’idea di contribuzione produttiva alla vita della comunità.

Sono tutte questioni squisitamente politiche, non tecniche: richiedono scelte valoriali, mediazioni tra interessi diversi e spesso contrapposti, decisioni prese attraverso processi democratici — non semplicemente l’attesa passiva che la tecnologia, da sola, risolva il problema per noi.

Il limite della visione di Musk

La forza indubbia del discorso pubblico di Musk sta nella sua straordinaria capacità di spostare in avanti, con largo anticipo rispetto a gran parte della politica e dell’opinione pubblica, i termini del dibattito sul futuro: pochi altri soggetti al mondo riescono, con una sola intervista, a imporre un tema come quello della fine del lavoro obbligatorio nell’agenda mediatica globale per giorni, se non settimane. Il suo limite, però, appare altrettanto evidente quando si osservano con attenzione i contenuti specifici delle sue dichiarazioni: Musk immagina la tecnologia futura con una potenza visionaria fuori dal comune, ma tende sistematicamente a semplificare, quasi a liquidare in poche battute, le conseguenze sociali, politiche ed economiche di quella stessa tecnologia — come se la transizione verso un mondo pienamente automatizzato fosse soprattutto, se non esclusivamente, un problema di natura tecnica da risolvere in laboratorio, e non innanzitutto un problema politico da affrontare collettivamente, con largo anticipo, attraverso istituzioni democratiche, regole condivise e un dibattito pubblico informato.

Quali settori sarebbero i più esposti, e quali i più protetti

Anche volendo prendere sul serio, almeno come ipotesi di lavoro, lo scenario tratteggiato da Musk, è utile chiedersi quali categorie professionali risulterebbero verosimilmente più esposte a una simile trasformazione, e quali invece più protette, quantomeno nel medio periodo.

Tra le professioni potenzialmente più esposte figurano, secondo la gran parte delle analisi disponibili sul tema, quelle caratterizzate da compiti fortemente standardizzabili e ripetitivi, sia che si tratti di lavoro manuale — mansioni di fabbrica, movimentazione merci in magazzino, alcune forme di lavoro agricolo meccanizzabile — sia che si tratti di lavoro d’ufficio a basso contenuto discrezionale: inserimento dati, prima elaborazione di documenti standard, alcune funzioni di contabilità di base, parte del lavoro di programmazione più routinario, servizi di assistenza clienti di primo livello, traduzione di testi non specialistici.

Al contrario, tendono a mostrarsi storicamente più resilienti — pur senza alcuna garanzia di immunità totale nel lungo periodo — le professioni che richiedono una combinazione elevata di giudizio discrezionale, responsabilità legale o etica diretta, empatia relazionale non standardizzabile e capacità di muoversi in contesti fisici o sociali fortemente imprevedibili: penso a molte figure sanitarie che uniscono competenza tecnica e relazione umana diretta con il paziente, a ruoli di cura delle persone fragili, a funzioni di leadership organizzativa che richiedono di mediare tra interessi diversi e prendere decisioni in condizioni di incertezza, a professioni artigianali di alta specializzazione capaci di adattarsi continuamente a contesti fisici non standardizzati, e — con le dovute cautele, dato che anche questo campo è già oggetto di una parziale automazione generativa — ad alcune forme di creatività artistica fortemente legate a un’esperienza e a una sensibilità personale non facilmente replicabile.

Va detto con chiarezza, però, che questa distinzione tra professioni “esposte” e “protette”, per quanto utile come prima approssimazione, va maneggiata con cautela: la storia recente dell’intelligenza artificiale generativa ha già smentito più volte previsioni troppo rigide su quali compiti fossero “sicuri” dall’automazione soltanto perché ritenuti creativi o relazionali, e non è affatto escluso che ulteriori progressi tecnologici possano nei prossimi anni erodere anche alcuni di quei presunti argini di sicurezza professionale oggi dati per scontati.

Le implicazioni per l’Italia e per l’Europa

Sebbene le dichiarazioni di Musk abbiano, per loro natura, una portata globale e si riferiscano soprattutto al contesto economico e regolatorio statunitense in cui operano le sue aziende, è legittimo chiedersi quale rilevanza specifica possa avere questo dibattito per un paese come l’Italia e, più in generale, per il contesto europeo.

L’Unione Europea, va ricordato, ha scelto negli ultimi anni un approccio regolatorio all’intelligenza artificiale sensibilmente diverso, per impostazione culturale e giuridica, rispetto a quello prevalente negli Stati Uniti: un approccio basato sul principio di precauzione, con l’introduzione di normative specifiche — a partire dall’AI Act approvato dalle istituzioni comunitarie — pensate per classificare i sistemi di intelligenza artificiale in base al livello di rischio che comportano per i diritti fondamentali delle persone, imponendo obblighi di trasparenza, valutazione d’impatto e supervisione umana proporzionalmente più stringenti quanto più elevato è il rischio associato a un determinato utilizzo.

Questa differenza di approccio regolatorio tra le due sponde dell’Atlantico potrebbe tradursi, nei prossimi anni, in velocità di adozione dell’automazione sensibilmente diverse tra Stati Uniti ed Europa, con l’Italia — caratterizzata peraltro da una struttura produttiva storicamente più orientata verso piccole e medie imprese, verso settori manifatturieri di nicchia ad alto contenuto artigianale e verso un tessuto di servizi alla persona particolarmente diffuso — che si troverebbe verosimilmente a sperimentare gli effetti di questa trasformazione con tempistiche e modalità in parte differenti rispetto al mercato del lavoro statunitense a cui Musk fa più direttamente riferimento nelle sue dichiarazioni.

Resta comunque valido, anche nel contesto italiano ed europeo, il nodo di fondo sollevato nella seconda parte di questo articolo: qualunque sia la velocità effettiva con cui l’automazione avanzerà nei prossimi anni, la capacità delle istituzioni pubbliche di ripensare per tempo i propri sistemi di istruzione, formazione professionale continua, protezione sociale e fiscalità resterà un fattore determinante per stabilire se questa trasformazione tecnologica si tradurrà, alla fine, in un beneficio diffuso per l’insieme della popolazione, oppure in un ulteriore fattore di divaricazione sociale ed economica tra chi possiede le competenze e i capitali per beneficiare dell’automazione, e chi invece ne subisce prevalentemente gli effetti di spiazzamento.

Conclusione

L’intervista di Elon Musk a The Economist del 27 luglio 2026 conferma, ancora una volta, la capacità dell’imprenditore di catturare l’attenzione globale con affermazioni tanto suggestive quanto radicali sul futuro della tecnologia e del lavoro. La sua visione di un mondo in cui l’occupazione diventa “opzionale”, resa possibile da un’intelligenza artificiale capace di superare la somma di tutte le intelligenze umane entro pochi anni, ha il merito indiscutibile di costringere l’opinione pubblica, i decisori politici e gli osservatori economici a confrontarsi apertamente con scenari che fino a poco tempo fa apparivano relegati alla fantascienza.

Allo stesso tempo, proprio l’assenza, in questa come in altre dichiarazioni pubbliche dello stesso Musk, di una riflessione altrettanto approfondita sulle implicazioni sociali, distributive e politiche di una simile trasformazione rappresenta il limite più evidente di questa visione. Immaginare macchine capaci di produrre un’abbondanza pressoché illimitata di beni e servizi è, in fondo, l’aspetto relativamente più semplice dell’intero ragionamento; immaginare — e soprattutto costruire concretamente, per tempo — istituzioni capaci di distribuire equamente quell’abbondanza, preservando al contempo dignità, identità e coesione sociale per miliardi di persone, resta invece un compito enormemente più complesso, che nessun progresso puramente tecnologico, per quanto rapido e potente, potrà mai risolvere da solo.

La domanda che Musk lascia aperta, forse più per involontaria omissione che per scelta deliberata, non riguarda dunque tanto la potenza futura delle macchine — su cui la sua fiducia appare, nel bene e nel male, granitica — quanto piuttosto la capacità delle società umane, e delle loro istituzioni politiche, di governare per tempo una transizione di simile portata. È una domanda che, a differenza delle previsioni tecnologiche, non ammette scorciatoie ingegneristiche: richiede scelte, oggi, non tra dieci anni.

Che la scadenza indicata da Musk — cinque anni per una superintelligenza che superi la somma delle intelligenze umane, dieci anni per un lavoro reso “opzionale” — si riveli accurata, ottimistica o del tutto sbagliata, lo sapremo solo con il tempo, e la storia recente delle sue stesse previsioni tecnologiche invita quantomeno alla prudenza nel prenderle alla lettera. Ma proprio per questo il valore più immediato e concreto di un’intervista come questa non sta, forse, nella sua attendibilità come esercizio di previsione puntuale, quanto nella sua capacità di anticipare — con il consueto eccesso di sicurezza che caratterizza lo stile comunicativo di Musk, ma anche con un fondo di preoccupazione autentica difficile da liquidare come pura posa mediatica — interrogativi che, prima o poi, indipendentemente dai tempi esatti con cui si presenteranno, la società nel suo complesso dovrà comunque affrontare. Rimandarli oltre, nella speranza che la tecnologia stessa fornisca anche le risposte politiche e distributive di cui ha bisogno, rischia di rivelarsi l’errore più costoso di tutti.

Immagini generate tramite ChatGPT. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (2026).

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