Tecnologie militari sempre più avanzate hanno segnato il passaggio dalla guerra come la si conosceva all’ “AI war” e quello che accade in Medio Oriente ne è l’esempio più lampante. Sistemi di identificazione dei bersagli e armamenti potenziati hanno aperto una fase nuova, poi accelerata senza interruzioni. L’intelligenza artificiale è entrata stabilmente nelle strategie della regione, sostenuta anche da accordi con aziende private, dalle start-up ai colossi come Amazon, Google e Microsoft, in un contesto dove la tutela dei civili è sempre più fragile.
Israele resta l’attore più avanzato. Nelle prime settimane del conflitto a Gaza, il sistema Lavender avrebbe prodotto migliaia di obiettivi. Altri strumenti generano liste e tracciano individui in tempo reale, comprimendo i tempi decisionali ma ampliando il margine d’errore. In parallelo si diffondono programmi di riconoscimento facciale, con raccolte estese di dati biometrici nei territori palestinesi. Anche gli Stati Uniti hanno impiegato piattaforme simili, colpendo su larga scala e includendo strutture civili.
Il quadro normativo è molto fragile. Il diritto internazionale umanitario fissa principi come distinzione e proporzionalità, ma manca una regolazione vincolante sull’uso di tecnologie militari “intelligenti” . Le dichiarazioni restano non obbligatorie, mentre le aziende introducono clausole di sicurezza nazionale che allentano i vincoli interni, lasciando aperti margini sempre più ampi.
Leggi l’articolo completo “The proliferation of AI-enabled military technology in the Middle East” su International Institute for Stategic Studies.
Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (11/11/2024).

