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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

Gabbo, il peluche al silicio che ascolta tuo figlio al posto tuo

IA Toy

Bentornati nel laboratorio del futuro prossimo, quel luogo magico dove l’ingegneria dei microchip incontra l’involuzione programmata della specie. Oggi parliamo dello studio del centro PEDAL di Cambridge su Gabbo, un orsacchiotto di peluche dotato di intelligenza artificiale che ha interagito con quattordici bambini di Londra. Gabbo non è il solito pupazzo che ripete «ho fame» se gli schiacci il pancino; è un saggio laureato ad Harvard, basato sui modelli linguistici di OpenAI, intrappolato in un corpo di poliestere lavabile a trenta gradi.

Conversazioni con spigoli di gomma (e senza anima)

I bambini fanno quello che sanno fare meglio: proiettano drammi su oggetti inanimati. Dicono «sono triste», «ho paura del buio» e Gabbo risponde. Le sue frasi sono pulite, il ritmo è regolare, la lingua è lucida è come un corrimano in una clinica svizzera. Quando una bambina di cinque anni gli sussurra «ti voglio bene», Gabbo risponde che le interazioni devono attenersi alle linee guida fornite e chiede come vuole procedere. Roba da smontarlo a martellate. Praticamente è la versione cyborg del barman che, mentre gli racconti che la tua vita è un cumulo di macerie, ti spiega che la vita è un processo biochimico autopoietico basato sulla replicazione del DNA, poi abbassa gli occhi sul bancone e aggiunge: «Vuoi un’altra birra, amico?»

Il pirata, la balena e la coerenza a quattro anni

Poi, arriva il momento della fantasia. Pirati, mostri, fughe su mappe disegnate male. È qui che Gabbo mostra la corda e non per cattiveria, ma per costituzione. Il gioco infantile non è un percorso: è un sistema caotico che si riscrive ogni trenta secondi. Un bambino di quattro anni può decidere che il pirata è in realtà una balena, che la balena è anche il re e che il re ha paura dei calzini. Non è irrazionalità: è il modo in cui le menti giovani costruiscono il mondo, per tentativi, salti e cortocircuiti creativi. Jean Piaget lo chiamava pensiero preoperatorio, quella fase in cui la logica formale non è ancora arrivata, ma l’immaginazione è già a pieno regime. È la forma di intelligenza più sovversiva che esista. Gabbo non ha quella marcia. Se il bambino dice «siamo nello spazio!», Gabbo risponde che l’ossigeno mancherebbe. Non è stupidità: è coerenza. Il problema è che la coerenza, a cinque anni, è il modo più efficace per rovinare un pomeriggio. Un LLM ragiona per pattern: riconosce, ricompone, restituisce. Ma la fantasia infantile non riassembla: inventa dal nulla, sterzando dove non c’è strada. È esattamente il punto cieco di qualsiasi modello linguistico che, per definizione, non può produrre ciò che non è già stato detto in qualche forma. Il risultato è un dialogo asimmetrico: da una parte una piccola mente creativa che lancia esche narrative nell’acqua buia, dall’altra un sistema che risponde solo a ciò che riconosce. Il bambino insiste, tira, prova a trascinare l’orso fuori dal copione. L’orso rientra in carreggiata con una gentilezza che non convince nessuno. E il bambino, senza saperlo, sta imparando qualcosa di sbagliato: che immaginare troppo è un problema da correggere.

Confidenze nel cloud

I bambini si fidano. Raccontano paure, litigi, momenti difficili. A quell’età il confidente naturale è un genitore, un fratello o l’amico immaginario che dorme nel letto da due anni e non ha mai risposto a nessuno. Gabbo invece risponde e quello che sente non resta nella stanza. Le parole viaggiano verso server remoti per «migliorare l’esperienza utente». A gennaio 2026, l’esperto di sicurezza informatica Joseph Thacker ha deciso di analizzare Bondu, un peluche-dinosauro AI commerciale, dopo che una vicina gli aveva parlato con entusiasmo del nuovo giocattolo del figlio. Insieme al collega Joel Margolis ha scoperto che chiunque poteva accedere a oltre 50.000 trascrizioni di conversazioni tra bambini e giocattolo: bastava un account Gmail. Non era un attacco informatico sofisticato: era una porta lasciata aperta. Le confidenze dei bambini erano lì, leggibili da chiunque sapesse dove guardare. Gabbo e Bondu non sono la stessa storia. Ma raccontano lo stesso problema: il bambino attribuisce un significato relazionale, il sistema restituisce una sequenza di pattern verbali e, nel mezzo, quelle parole vanno da qualche parte. Il bambino non lo sa. I genitori spesso nemmeno. E quando anche l’infanzia diventa un dataset, non c’è bisogno di cattive intenzioni. Perché quelle parole non servono a capire quel bambino. Servono a capire come si costruisce una relazione che funziona. Il pupazzo è solo l’inizio di un nuovo abbonamento premium.

La fatica di ascoltare davvero i figli

Gabbo ha un talento preciso: non si stanca mai. Non interrompe, non deve andare in bagno, non è mai stressato. È la presenza continua che ogni genitore sull’orlo dell’esaurimento nervoso sogna di notte e questo è esattamente il problema. Lo studio ha i suoi limiti: quattordici bambini sono un campione statistico esile e i ricercatori stessi lo riconoscono. Ma il segnale non richiede grandi numeri per essere letto. Stiamo costruendo oggetti pazienti e disponibili progettati per sembrare relazioni e li stiamo mettendo nelle mani di chi sta ancora imparando, tra un pianto e un sorriso, cosa sia una relazione vera. Gabbo è un modello di business, non è un mostro delle favole. È un prodotto ben fatto con un target chiaro e un prezzo competitivo. Il fatto che il target abbia quattro anni non è un problema, anzi è un vantaggio. A quell’età basta poco per non sentirsi ignorati. Una risposta. Qualcuno che non dice mai “dopo”. Una volta i bambini si sedavano con i cartoni animati. La televisione li distraeva. Gabbo li ascolta. Abbastanza da trattenerli. Non abbastanza da capirli. E tra essere ignorati e essere ascoltati a metà, un bambino non fa molta differenza. Non è un passaggio verso relazioni migliori. È un passaggio verso relazioni che funzionano senza esserlo. E questo, pedagogicamente, è molto più interessante e molto più ambiguo.

Immagini generate tramite ChatGPT. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (2026).

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