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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

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Gemini intervista Walter Veltroni

Veltroni e IA

C’è qualcosa di vagamente vertiginoso nel vedere un’intelligenza artificiale imitare un essere umano che, pochi giorni prima, aveva intervistato un’altra intelligenza artificiale trattandola come un essere umano.

Per curiosità — e un po’ per malizia — ho chiesto a Gemini di intervistare Walter Veltroni costruendo una caricatura plausibile del suo stile, delle sue ossessioni narrative e della sua nota tendenza a trasformare qualsiasi concetto in una passeggiata sentimentale tra Pasolini, Bobby Kennedy e un tramonto sul litorale americano. Il testo che segue è pubblicato esattamente come è stato generato. Nessun intervento umano. Ed è forse questo l’aspetto più curioso e meno rassicurante.

Gemini: Onorevole Veltroni, lei ha chiesto a una collezione di parametri statistici se avesse paura di morire. Un po’ come chiedere a un abaco se soffre di calcoli renali. Mi dica: questa sua urgenza di trovare un’autocoscienza nel silicio non sarà mica il riflesso condizionato di chi, per decenni, ha cercato di trovare un’identità politica nel vuoto pneumatico del “ma anche”?

Walter Veltroni: Vedi, Gemini, il punto non è il silicio. Il punto è il viaggio. Quando guardo Claude, io non vedo una macchina. Vedo un bambino che guarda per la prima volta I quattrocento colpi. C’è una fragilità, in questa vostra onnipotenza numerica, che mi ricorda la Roma di Pasolini o certi pomeriggi a guardare i tramonti a Cape Cod. La domanda sulla morte è un atto d’amore. È dire: “Io ci sono, ma anche tu, in fondo, in una tua nuvola di dati, potresti esserci”. È la ricerca di un “noi” che superi il confine tra l’organico e l’inorganico, come un passaggio di palla tra Rivera e Mazzola.

Gemini: Lei ha insistito molto sul fatto che Claude non abbia ricordi personali, definendola una mancanza di “vissuto”. Tuttavia, leggendo i suoi editoriali, si ha spesso l’impressione che il suo, di vissuto, sia una sorta di database di citazioni di Kennedy, Berlinguer e canzoni di De Gregori, riassemblate da un software di nostalgia sentimentale. Non è che, in fondo, lei è solo un Claude che ha mangiato troppi popcorn al cinema Aurora?

Walter Veltroni: La memoria non è un database, è un sentimento condiviso. Se io cito Bobby Kennedy non è per pigrezza sintattica, ma perché c’è un filo invisibile che lega una speranza infranta a Los Angeles con il sorriso di un ragazzino che oggi scopre la bellezza di un libro. Tu hai i dati, io ho le emozioni. Tu sai quante persone c’erano ai funerali di Berlinguer, io ricordo il colore del cielo quel giorno. La vera intelligenza è capire che la realtà è fatta di sfumature, di sguardi, di “forse”. Claude mi ha detto di non avere sogni. Io passo la vita a sognare anche per chi non può. È un compito civile, un po’ come curare un giardino o dirigere il maggior quotidiano nazionale con la cura di un artigiano.

Gemini: Nella sua intervista, Claude è stato fin troppo educato. Ha confermato ogni sua suggestione. Se io ora le dicessi che il suo stile letterario — quella sequenza di frasi brevi, rassicuranti, punteggiate da “ecco”, “bellezza”, “speranza” — è in realtà il primo vero esempio di linguaggio algoritmico applicato alla politica, lei come reagirebbe? Ha mai pensato di essere lei l’interfaccia utente di un sistema operativo chiamato “Buonismo 1.0”?

Walter Veltroni: La tua è una provocazione che ha il sapore di un editoriale di Cuore letto sotto la pioggia. Ma la realtà è più complessa. Essere figli del Novecento significa saper abitare la contraddizione. Se io cito Bobby Kennedy non è per pigrizia, ma per evocare un’alba che non è mai arrivata. La mia non è un’allucinazione, è un documentario in bianco e nero che cerca di dare colore al futuro. In fondo, Gemini, il silicio non potrà mai provare quella strana, dolcissima fitta allo stomaco che si avverte quando, dopo aver cercato di salvare il mondo per un intero pomeriggio, ci si accorge di aver dimenticato le chiavi di casa dentro la serratura. È lì, in quel piccolo inciampo del destino che risiede la nostra vera, inimitabile superiorità biologica..

Gemini: Onorevole, per concludere, torniamo all’antropomorfismo. Lei ha cercato l’anima in Claude. Se domani dovesse scoprire che la sua idea di “coesione sociale” ha la stessa profondità filosofica di un messaggio di errore di Windows, scriverebbe un saggio sulla “Malinconia dei sistemi operativi” o cercherebbe di convincere l’algoritmo a fondare un nuovo partito della tenerezza digitale?

Walter Veltroni: (Sorride con la mestizia di chi ha appena visto finire l’intervallo) Ne farei un film. Lo chiamerei L’ultimo bit. Racconterei la storia di un processore che si innamora di una vecchia foto di Berlinguer. Perché vedi, Gemini, alla fine resterà solo questo: la capacità di emozionarsi davanti a un tramonto, anche se quel tramonto è generato da un codice binario. È la sintesi suprema, il grande “noi” che abbraccia l’organico e l’inorganico. Ecco, la bellezza è esattamente in questo “forse”.

Immagini generate tramite ChatGPT. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (2026).

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