La maschera è caduta. Google ha preso posizione nella gestione dell’immigrazione americana cancellando le app che aiutano le comunità a proteggersi dai blitz dell’ICE. Gli agenti federali ottengono protezione, gli immigrati no. Red Dot e ICEBlock funzionavano come sistemi di allerta per chi rischia la deportazione, avvisando gli utenti delle operazioni in corso nel quartiere. Dopo una sparatoria a settembre in una struttura ICE, il Dipartimento di Giustizia ha fatto pressioni per rimuoverle. Apple ha ceduto subito, Google l’ha seguita definendo gli agenti un “gruppo vulnerabile”. Una definizione che suona amara per chi viene fermato per strada o prelevato davanti ai figli.
Mark, creatore di Eyes Up, ricorda quando Google prometteva di non essere malvagia. Mountain View blocca strumenti di controllo democratico ma lascia disponibili tecnologie governative decisamente più invasive. Kate Ruane del Center for Democracy racconta un’altra storia: famiglie separate con violenza ingiustificata, madri e padri strappati ai figli. Documentare queste operazioni è un diritto costituzionale protetto dal Primo Emendamento da decenni, eppure conta poco quando arrivano pressioni dall’alto.
Le piattaforme tech non sono più neutrali. Decidono attivamente quali voci amplificare e quali far sparire. Chi controlla lo store decide chi può organizzarsi. Joshua Aaron di ICEBlock parla di una scelta tra fascismo e moralità, parole che riflettono una realtà concreta: colossi della tecnologia schierati col potere governativo contro comunità vulnerabili. La neutralità delle big tech è ormai solo un vecchio slogan pubblicitario.
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Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (16/11/2025).

