Le dichiarazioni di Donald Trump sulla Groenlandia hanno riempito le prime pagine dei giornali nelle ultime settimane. Ma dietro la retorica politica si muove un ecosistema di investimenti miliardari orchestrato dai giganti della tecnologia americana. Non si tratta solo di bandiere e sovranità, sotto c’è una strategia economica precisa, alimentata da nomi come Peter Thiel, Sam Altman, Jeff Bezos e Bill Gates. Due progetti incarnano questa convergenza tra potere politico e capitali tecnologici.
Il primo riguarda Kobold Metals, startup californiana che promette di rivoluzionare l’estrazione mineraria attraverso algoritmi di intelligenza artificiale. Invece di trivellare alla cieca, i loro sistemi analizzano montagne di dati geologici per individuare dove si nascondono terre rare e metalli preziosi. Ancora più ambizioso è il progetto Praxis, sostenuto dal fondatore di PayPal. L’intento sarebbe quello di costruire in Groenlandia una “città della libertà” tecnologicamente avanzata, con regolamentazioni minime e status fiscali speciali. Una sorta di esperimento sociale dove tecno-capitalismo e libertarismo radicale si fondono per creare comunità autonome. Gli esperti non utilizzano mezzi termini e parlano apertamente di neo-colonialismo digitale.
Le autorità danesi hanno già fatto sapere che nessun territorio è in vendita. Ma i fondi continuano ad affluire: Praxis ha raccolto 525 milioni di dollari, Kobold ne vale quasi tre miliardi. Mentre Trump agita lo spettro della competizione con Russia e Cina, la Silicon Valley disegna mappe e progetti urbanistici per un futuro che mescola estrazione mineraria, intelligenza artificiale e utopie libertarie nell’Artico.
Leggi l’articolo completo “Terre rare e città stato libertarie: i piani di Big Tech per prendersi la Groenlandia” su La Repubblica.
“Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (21/01/2026)”.

